Oddio, già siamo ai regali?
Checchenedica Mike Bongiorno nelle sue telepromozioni, regalare un materasso a Natale non è il regalo perfetto.
Io, per questo Natale, mi accontenterei di trovare finalmente questo.
E chi vuole capire, da buon intenditore, capisca.
Tradizioni
Sono l’unica rimasta al mondo che quando finisce un caffè raccatta con il cucchiaino lo zucchero rimasto in fondo? Mi guardo intorno e vedo gente che una volta finito lascia la tazzina lì, sprecando tutto quel bendiddio. Non vorrei fosse un’usanza in fin di vita.
In fondo si tratta solo di un po’ di zucchero, mica parlo di fare le palline con la mollica del pane.
Coincidenze?
Per rimanere in tema USA, partendo da questa immagine, mi chiedo: quand’è che i Maya dicevano che sarebbe finito il mondo? Ah ecco.
E chi se lo ricordava?
Perché mi è venuto in mente di uscire la sera del 31 ottobre? Perché non ho pensato all’invasione di zucche?
Nel locale dove ero costretta a mangiare con la musica di X-files a tutto volume, intervallata da urla di donne squartate vive, si presentavano puntualmente orde di bambini urlanti “dolcetto o scherzeeeettoooo”, e i piatti venivano serviti da cameriere con le ali che puntualmente si impigliavano nelle finte ragnatele che ciondolavano dai muri.
Ed è in quel momento che ti sale il fastidio per un paese che prende usanze non sue e le rivisita nel modo più ridicolo possibile, dando la soddisfazione agli americani di essere degni di emulazione.
E’ come se in America il due giugno festeggiassero la Repubblica e si travestissero da politici italiani.
Non dimentichiamoci che quello è il paese dove Indiana Jones il 31 ottobre va in giro vestito da…fava.
(E’ lui è lui, fidatevi)
Come se servisse a qualcosa
Io non ho mai sopportato le manifestazioni studentesche.
Non metto in dubbio che ognuno abbia il diritto di protestare, per carità, ma quando si parla di studenti sono quasi sicura che più della metà dei partecipanti stia là perché così non va a scuola. E’ sempre stato così e sempre sarà. Punto.
Dite voi, ma che sarà mai, l’avrei fatto pure te.
E qui vi voglio, perché io non l’ho mai fatto.
Avevo le idee ben chiare già ai tempi del liceo, non ho mai fatto uno sciopero (che uno studente “in sciopero” è la cosa più ridicola che abbia mai sentito), non sono mai andata ad una manifestazione ed ero quella che si presentava la mattina a scuola per far presenza anche quando tutti decidevano di non venire, per questo o quest’altro motivo che in nessun futuro prossimo, remoto o parallelo che fosse ci avrebbe danneggiato.
Nella mia scuola non si è mai occupato, al massimo ci concedevano quella settimana di autogestione per farci felici, qualcosa di già previsto e considerato, come una gita a primavera, qualche giorno di pausa che anche i professori aspettavano con ansia.
Io ho sempre partecipato, che va bene tutto ma se c’è da bighellonare sono la prima, ma il quarto anno ho votato no e fatto lezione mentre tutto il resto della scuola se la spassava e l’ultimo anno fui una delle sostenitrici del no più assoluto, visto che noi eravamo le quinte e a noi spettava la decisione.
E, sempre l’ultimo anno, mi infuriai con una ragazzina, tutta vestita di giallo e nero, che sotto le nostre finestre aveva appeso uno striscione con scritto “No scuola S.p.a”, urlando con tanto di megafono, perché alla mia domanda oh, apemaia, hai una vaga idea del perché stai protestando? diventò tutta rossa e cominciò a borbottare qualcosa su Che Guevara e su come io fossi, ovviamente, una fascista.
Forse (forse) la maggior parte dei ragazzi che protestano sa di cosa parla la riforma e quali siano gli effettivi cambiamenti, ma ho il sospetto che siano informati giusto perché se arrivano le telecamere di Studio Aperto a chiedere poi ci fanno la figura degli ignoranti.
Come si fa ad odiarla?
La Carfagna mi fa tanta tenerezza.
L’ho vista in tv un paio di volte, austera, con gli occhi sbarrati, le parole ben scandite, la dizione quasi perfetta, l’abbigliamento sobrio ed elegante, le mani congiunte quando parla, il sorriso a cinquemila denti e ho anche il dubbio che sia lei a truccarsi, perché l’ho sempre vista con questi due pomelli rossi sugli zigomi che la fanno sembrare un teschio parlante, ma lei si impegna, si impegna con tutte le forze per essere credibile.
Mi fa tenerezza perché quando vedo le sue interviste, quando la sento rispondere alle domande, mi sembra di tornare a scuola durante le interrogazioni, quando cerchi di usare tutti i paroloni possibili per sembrare intelligente, per far vedere che sai quello che dici, quando sembra che ti sei studiata a memoria il libro perché ci manca poco che dici anche le virgole e i due punti, quando non sai bene la risposta e allora tergiversi, o ti fai prendere dal panico e cominci ad emettere suoni di titubanza, quando la professoressa ti fa una domanda e mentre la sta formulando tu ti accorgi di saperla e, minchia che culo, cominci ad annuire come per dire sìsì, non continuare, la so, LA SO.
Ecco, questa è la Carfagna.
Una scolaretta che si impegna.
Che tenerezza.
Natale tutto l’anno
All’Esselunga c’è già roba natalizia.
Ci sono i cuscini, le candele, i porta candele, gli adesivi.
Natale.
Oggi che giorno è? 11 Ottobre.
Manca? 75 giorni.
E il mondo si preoccupa delle banche e della crisi quando in giro ci son cose molto molto peggiori.
BRADA
Io VIVO per il momento in cui trovo il catalogo Ikea nella cassetta della posta.
E’ un po’ come tornare bambini, guardi le figure, i colori, fai “ooooh, guarda bello“, e subito dopo cadi in quella fase mistica in cui sogni una casa tutta Ikea che nel giro di un anno cadrà a pezzi, ma chi se ne frega no?
I peluche durano. Il mio polpo e il mio Minnen Ratta ci sono ancora.
L’Ikea è uno di quei posti dove non puoi uscire senza aver comprato qualcosa (insieme al Disney Store), i tovaglioli di carta alle casse o un martello, o un gancio, o una cuccia per cani anche quando non hai un cane; come alcuni di voi sanno, ogni anno sfoglio il catalogo e mi trovo un obiettivo, la prossima volta che vado prendo questo, per forza.
Ora, è chiaro che avendo a disposizione solo una stanza da arredare come voglio, qua a Milano, posso solo puntare su piccole cose, tipo un comodino, un cuscino, l’ennesima candela o l’ennesimo asciugamano (avete bisogno di asciugamani?), scatoline e baggianate varie, ma per la prima volta ho trovato qualcosa che fa al caso mio (se sorvoliamo sulla tentazione di addentrarmi nel reparto bambini e fare una strage): BRADA.
Che, come potete vedere, non è il nome di una borsa contraffatta (ha-ha)(…).
E se avessi ancora dei dubbi sull’utilità dell’acquisto, basta vedere in che condizioni sono le mie gambe in questo momento, visto che la connessione la prendo solo dal letto.
…
All’Ikea ci sono borse per il ghiaccio fatte, che ne so, a forma di polpetta svedese?
Dettagli non trascurabili
Non capisco.
Non capisco perché nei film o telefilm tralascino dei particolari importanti.
Uno su tutti: fuori nevica, quindi fa freddo, quindi devi coprirti; due persone passeggiano con dei cappotti aperti e le sciarpe lasciate cadere sul collo che fa tanto figo, fregandosene degli ipotetici 0°.
Va bene che è finzione, ma è una finzione che cerca di riflettere la realtà, e allora perché non chiudere almeno i cappotti? Cosa costa annodare come si deve una sciarpa intorno al collo?
Sono sicura che ce ne sono altri, non mi sovvengono, ma mi danno ai nervi.
What else?
La catena Starbucks mi ha sempre incuriosito.
E’ importante notare come si è diffusa in tutto il mondo tranne qua in Italia (che io sappia, ma se c’è fatemelo sapere), per il semplice motivo che qua sappiamo come fare il caffè e ci rifiuteremmo di bere una melma nera in un bicchierone grosso quanto un boccale da birra.
E se entri in una delle mille “succursali” (anche se dicono che adesso sia in crisi) le persone ammassate al bancone ti fanno tenerezza, perché probabilmente credono davvero di bere caffè, e anche se, presi da una smania di snobbismo, ordinano un Espresso, non sanno com’è il vero Espresso (tranne George Clooney, forse), perché all’estero se chiedi un Espresso chiedi una versione mini di un caffè Starbucks, che fa comunque schifo.
Rimane il fatto che se vai in America, uno Starbucks equivale ad una tappa di viaggio al pari della Statua della Libertà o della Casa Bianca; Starbuks equivale all’America, se vuoi conoscere l’America devi andare almeno una volta da Starkbucks e ordinare un caffè.
Magari fallo mentre ridi e fai capire che si tratta di un esperimento a cui ti sottoponi e che farà comunque schifo, non dargli la soddisfazione di vedere che sei italiano e ti abbassi al loro livello.
Che poi il problema non sarebbe nemmeno quello, più che altro decidersi su quale tipo di caffè prendere: perché potresti scegliere un Tall Black Coffee, Tall Latte, Frappuccino (ma anche lì dovresti decidere quale), Pumpkin Spice Latte, Eggnog Latte, Caffè Verona (se vabbè) oppure potete sbizzarrirvi:
- White chocolate caramel macchiato with two sugars, extra caramel and whipped cream
- Half decaf, half breve, half nonfat grande, three and a half pump white mocha, two and a half pump peppermint no foam, double cupped, no sleeve, venti straw
- Iced venti six shot 2/3 half-caf, two and a half sugar, free cinnamon dolce, two and a half pump sugar free vanilla, one pump sugar free gingerbread, splash of 1% milk, light ice, light whip, with cinnamon dolce and nutmeg sprinkles iced coffee
….!?
Una bottiglia d’acqua, grazie.
Status symbol
Un popolo in rovina è un popolo che fa la fila, con la bava alla bocca, a mezzanotte e UN minuto per essere sicuri di accaparrarsi l’iPhone che ora come ora è la cosa che ti rende davvero davvero davvero troppo avanti.
Io ho avuto un iPhone per le mani, tempo fa, l’ho usato, mi ci sono trastullata per un po’ e il responso finale è che:
1- troppo delicatino. Il mio fidato Motorola V3 mi è caduto dalle mani almeno un centinaio di volte, con voli degni di una gara di tuffi, ma è sempre vivo e vegeto, con qualche ammaccatura ma funzionante. Se mi cade dalle mani l’iPhone rischio prima di tutto la paralisi e un infarto, seconda cosa ho l’impressione che si sfracelli in mille pezzi. E a meno non riesca a ricomporsi automaticamente, tipo Slimer, non fa per me.
2- troppo grande. Un telefon-ino, per definizione, deve essere “ino”, o comunque deve poterti stare in tasca senza l’impressione di un elenco telefonico nei pantaloni.
3- scomodo da usare. Usando per anni il classico cellulare si fa fatica a familiarizzare con una roba del genere. Certo, tutta questione di abitudine, ma mi immagino in una situazione d’emergenza, con un telefono come quello. Prima di chiamare aiuto son già crepata cercando di capire come fare per telefonare.
Non per fare sempre la voce fuori dal coro, ma un oggetto del genere non mi fa gola neanche un po’.
Sì certo, adesso sono invidiosa.
Vieni Motorola, andiamo a vedere se buttandoti dalla finestra del secondo piano sopravvivi per l’ennesima volta.
IL G.L.M
IL giovane lavoratore milanese. Non UN giovane lavoratore milanese.
Perché è proprio una categoria a parte, ti identifica, ti etichetta, come essere uomo o donna, di sinistra o di destra, milanista o interista. Per dire.
Il giovane lavoratore milanese si muove in branco, con il cappotto nero anche quando fanno 40°; si accoppia con giovani lavoratrici milanesi, anche loro con la gonna d’ordinanza, le scarpe in serie e la pettinatura studiatissima, col ciuffo sugli occhi, perché fa figo.
I giovani lavoratori milanesi sono odiati un po’ da tutti, ma perché lavorano in un’azienda fashion, si vestono trendy, guadagnano una vaccata di soldi a soli 25 anni e tutte le sere vanno a fare l’aperitivo figo nel posto figo.
Magari hanno pure un blog fashion, dove raccontano dei loro viaggi in posti fighi e i loro acquisiti su internet. Acquisti fighi.
Il giovane lavoratore milanese ha un terzo braccio: la borsa del pc.
Rigorosamente nera, sobria, in linea con il suo abbigliamento da becchino, si porta in giro il suo inseparabile amico computer dove ha sicuramente foto pornografiche, ma, come si dice, molto fashion.
La giovane lavoratrice milanese ha un terzo occhio: la borsa firmata.
Prada, Gucci, Cavalli, quello che è, basta che la marca sia visibile a tutti, catarifrangente, perché tutti devono sapere che il tuo stipendio è sopra la media.
I giovani lavoratori milanesi si abbassano ad usare la metro, ma non si siedono mai. Stanno appesi al palo, tutti in cerchio, bisbigliano e ogni tanto lanciano una risata, ma molto elegante.
I giovani lavoratori milanesi hanno la casa quasi in centro, magari comprata con i soldi derivanti dalla fabbrichètta di papà; quelli più umili sono andati all’Ikea, magari borbottando che tanto tra due anni, quando avranno guadagnato una vaccata di soldi decente, rifaranno tutto l’arredamento firmato Armani.
Quelli più sboroni hanno già l’arredamento figo, moderno, per niente vissuto, con i due bicchieri di vino rosso sulla cucina che non usano mai, stile film americano.
Se vivi a Milano, sei laureato e finisci a fare uno stage in un’azienda molto cool, finirai con l’essere un giovane lavoratore milanese, e sei in trappola.
La mia università mi ha scritto che una nota azienda di moda sta reclutando per uno stage.
Uno stage molto figo.
Sono stata tentata, ma no, mi rifiuto.
Anche perché il ciuffo sugli occhi proprio no.
Anzi, finito tutto l’ambaradan, cambio città.
Come sono i giovani lavoratori romani?
Anche lui ama lei (che culo)
Vista l’inutile ricorrenza e la patetica festa, oggi vi faccio un regalo, nel caso foste stati così sprovveduti da perdervi l’evento dell’anno.



y" /> n parlare di come si dovrebbe mangiare il Kinder Cereali. Prima si separa 







