Mai più senza
Più si avvicina il Natale e più le strade di Milano sono pericolose.
Più si avvicina il Natale e più uscire in una città come Milano significa:
1- stress fisico: in 100m di marciapiede c’è più gente che dentro il Maracana, e non illuderti, ci sono a qualsiasi ora del giorno e della notte, si danno il cambio. La particolarità di questa gente, è la convinzione di essere, per qualche strano motivo, completamente soli nell’universo, quindi permesso, scusi, mi fa passare, cazzo di colpa ne ho io se si piazza in mezzo al negozio in contemplazione del nulla e via dicendo.
2 - stress emotivo: tutti i negozi della città, sopratutto quelli che a te piacciono, si metteranno d’accordo per complottare contro di te e mettere in vetrina tutte le cose che cercavi da mesi, che bramavi, che sognavi la notte, ma che non trovavi neanche a promettere un rene. E ovviamente c’è una sola cosa da fare: non prenderle. Perché sei uscita per dare un’occhiata, sei uscita al massimo per comprare regali e non per te. Se sei audace entri e guardi, tocchi, hai l’impulso di correre alla cassa fino all’ultimo momento, poi ci rinunci ed esci; quando arrivi a casa poi, arriva il crollo: quello che credevi costoso in negozio appena varchi la soglia di casa ti sembra una sciocchezza, una cosa da niente, potevi pure prenderlo, che problema c’è?
3 - stress economico: consapevole di questo meccanismo perverso, non mi sono lasciata sfuggire una delle cose più inutili sulla faccia della terra ma ai miei occhi terribilmente irresistibile. Perché, diciamocelo, quando esci di casa, e fa freddo, e le mani ti si congelano, vuoi mettere la differenza tra un paio di guanti normali e un paio di guanti viola con Eeyore sopra? Cioè.
4 - stress mentale: torni a casa e ti rendi conto che la tua parte “infantile” è ancora ben sviluppata.
Rigor mortis
Credo - spero - sia una situazione comune, ma quant’è angosciante quando la tua mente è sveglia ma il tuo corpo è addormentato?
Da fuori sembra che tu stia dormendo, ma la tua mente è sveglia, senti i rumori, senti le persone che parlano, vorresti aprire gli occhi ma non ce la fai, vorresti muoverti per alzarti dal letto ma i muscoli sono immobili, riesci solo a sentire i tuoi stessi lamenti come se fossero di qualcun altro.
Questo pomeriggio sono crollata in un sonno profondo ma continuavo a sentire Amici in sottofondo. Mi sono svegliata di colpo solo quando ho sognato che la Barale mi metteva nel letto una pantera*.
…
Ma io c’ho dei seri problemi eh.
*tra l’altro Amici era già finito, se qualcuno gentilmente volesse aggiornarmi, grazie.
Forza di volontà zero
La colazione per me è un problema serio.
Prendiamo come base il fatto che qualsiasi cosa di dolce al mattino mi fa venire la nausea, quindi se un giorno vi venisse in mente di andare a fare colazione con me al bar preparatevi a “sì, vorrei una sprumuta d’arancia, un caffè e magari un panino con tonno, maionese e pomodori, grazie”.
Da questo dato di fatto, assumiamo che nessun essere umano che tiene alla sua linea (e alla sua salute, più che altro) può campare tutta la vita mangiando enormi panini appena sveglia, quindi che si fa, ci si attacca e si fa finta di non avere conati di vomito all’idea di mangiare marmellata o biscotti.
E a questo punto un altro problema sorge: io per colazione devo prendere qualcosa che non mi piace particolarmente, altrimenti finisco tutto in un pomeriggio. Ovvero: io per colazione devo farmi del male.
Niente biscotti, niente merendine, niente barrette, la cosa migliore è comprarsi la marmellata e quelle fette biscottate integrali che se mangiate senza niente sono gustose come del cartone ammuffito. E l’ho fatto, sono di là, in cucina. Sono lì da almeno dieci giorni, mi aspettano e non sono state nemmeno aperte per sbaglio.
Quello che in realtà è successo è questo: quando hai un comodissimo contenitore per alimenti Ikea, cosa puoi fare se non riempirlo di Gocciole la mattina e averle già finite la sera prima di andare a dormire sputtanandoti in neanche un giorno una settimana di colazioni?
Ho le mani troppo piccole?
Una cosa che non so fare, che io mi ci impegno, giuro, ma non mi viene, non mi riesce e non mi riuscira mai, è tenere in un modo decente le carte in mano durante una partita a, che ne so, scala 40 o Machiavelli.
Il mio essere fisicamente impedita in questa cosa è imbarazzante, vedermi smanettare con dieci carte o più e non venirne a capo è una cosa umiliante: le carte mi scivolano, la mano non tiene bene la raggiera, quando cerco di aggrupparle viene fuori una doppia fila, e sono costretta a fare mucchietti e metterli da parte per non farmi venire crampi alle mani.
E vedo mia madre che tiene in mano alla perfezione anche venti carte.
A dire la verità non sono brava nemmeno a vincere.
Recidiva
Non c’è niente da fare.
Ci sono quelle scene di film o telefilm che su di te avranno per sempre lo stesso effetto, metti che sia la decima volta che le rivedi, sai già come va a finire e sai già cosa diranno o faranno ma continuerai a stupirti, impaurirti, commuoverti o ridere.
Un po’ come quando ti capita di rivedere la scena dell’iceberg di Titanic (solo la scena, non ho più il fegato per guardare tutto il film), sai come va a finire ma è sempre un piccolo shock quando succede, speri sempre che la nave riesca a dribblare il ghiaccio. Insomma, cosa ci voleva?! E tu, Rose, su quel pezzo di legno potevate starci benissimo in due, senza che Jack crepasse congelato.
Comunque, non so quale sia la vostra, ma io non ho speranze: continuerò sempre a commuovermi guardando Chandler chiedere a Monica di sposarlo.
E sì, diciamocela tutta: continuerò anche a ridere guardando certe scene di Aldo Giovanni e Giacomo.
Babba bia…
Mi sono sempre chiesta: che ci faccio con un pigiama con le tasche? Il mio bellissimo pigiama di pail con gli orsacchiotti, come si confà a qualsiasi luogo comune sulla donna, ha due grandissime tasche. Cosa devo metterci nelle tasche di un pigiama? Problema risolto: fazzoletti. “Fazzoletti” dovrebbe farvi capire che ultimamente mi sveglio la notte in preda ad apnee tastando al buio la mensola sopra il letto in cerca del Rinazina Spray Nasale. Stanotte mi è caduto in testa. Divertente constatare come il vetro massiccio a contatto con la mia fronte faccia bonk.
Sigh
L’aspetto negativo dell’essere ordinata e precisa è che non trovo mai, per caso, soldi nelle tasche dei cappotti, dei pantaloni, in altre borse o in altri portafogli. Sono circondata da persone che si ritrovano 20 euro dal nulla, magari rovistando in un sacchetto, quando a me non succederebbe mai una cosa del genere.
Controllo sempre tutto, non lascio mai niente in giro e so perfettamente quanti soldi mi sono rimasti: due centesimi.
Anzi, no, scusate, ho trovato dieci centesimi.
Dodici.
A voi, là fuori, che trovate soldi che non sapevate di avere per colpa della vostra sbadataggine: vi invidio.
Passatempi
Ci sono dei sapori e degli odori che ti ricordano l’infanzia, no?
Come ho già detto, il Crodino e la Fiesta mi ricordano i miei nonni, il profumo Poison di Dior mi ricorda mia madre, che lo metteva quando ero piccola, e poi c’è quella cosa che mi ricorda la scuola, ossia l’Estathè e le Fonzies.
Ma c’è qualcuno che, come me, una volta finito l’Estathè, cominciava a prendere a cannucciate la pellicola che ci stava sopra, a contare i buchi associandoli all’alfabeto e, se per caso usciva la G, vuol dire che qualcuno con la G ti stava pensando?
Son cose da bambini proprio.
Non si fanno più.
…
Mi è uscita la S.
Io non conosco nessuno con la S.
Uffa.
Amnesie ludiche
E’ inspiegabile come periodicamente riesca a dimenticarmi di come si gioca a Uno.
Mi ricordo che la prima volta che ci giocai fu sull’autobus durante la gita a Barcellona, ricordo che c’era un capannello degno di un tavolo di roulette a Las Vegas, urli, offese, saltelli, risse.
Il gioco più bello del mondo.
Questo per quanto mi ricordo.
Perché ora come ora buio totale, non ricordo nemmeno come son fatte le carte.
Dici tu, vai a cercarti su internet come si gioca; dico io: no, non riesco a leggere le istruzioni dei giochi, ci deve essere qualcuno che me lo spiega con paroline semplici ed esempi pratici.
Quindi, punto e a capo, non so come si gioca a Uno.
Ma probabilmente l’ho già detto in passato.
E’ inspiegabile come periodicamente riesca a dimenticarmi di aver già detto che mi dimentico come si gioca a Uno.
Manie
Al ristorante mi ritrovo sempre a torturare il tappino della bottiglia d’acqua.
Nei negozi devo toccare tutto quello che attira la mia attenzione, devo tastare la superficie.
Se mi ritrovo davanti una crema, che sia per il corpo, per le mani, per fare un dolce, qualsiasi cosa di soffice e pastoso, io devo metterci il dito dentro.
Ogni volta che esco di casa conto gli spiccioli che ho nel portafoglio. Magari ne tiro fuori nemmeno uno e non mi servono, ma devo sapere quanti spiccioli ho nel portafoglio.
Provo un’attrazione fatale per tutto ciò di un colore pastello a vostra scelta. Che sia sul verde, sul viola, sull’azzurro, sul rosa, è come una droga.
Devo addormentarmi sempre con il telecomando e l’iPod sul letto, a portata di mano. Anche se non ascolto musica e la televisione è spenta. Devono esserci, nel caso in cui.
Se devo fare un acquisto, o l’ho appena fatto, devo cercare immagini su internet. Senza motivo apparente, anche se conosco benissimo l’oggetto in questione, anche se ce l’ho davanti agli occhi, mi viene spontaneo.
Se guardo l’orologio, dopo un minuto lo riguardo. Per essere sicura che sia passato un minuto.
A volte mi incanto sui ticchettii: la freccia quando sono in macchina, la sveglia, qualcosa che sbatte per il vento. Tic, tac, tic, tac, tic, tac, tic, tac.
Quando becco due pubblicità uguali contemporaneamente su due canali diversi, faccio zapping per vedere chi finisce prima.
Ma non ho ancora capito perché non ho perso l’abitudine di inzuppare i polpastrelli nella cera calda quando spengo una candela.
Il cimitero delle mollette
Il numero di mollette (o chiappini, come si dice dalle mie parti) che ti cadranno dal balcone mentre stendi i vestiti ad asciugare sarà inversamente proporzionale al numero di vestiti da appendere.
E’ una regola inscindibile.
E io sono quella che fa cadere come minimo una molletta, SEMPRE.
(”molletta” comunque è orribile)
Traumi infantili
Io vivo in uno stato perenne di ansia.
Per qualsiasi cosa, c’ho l’ansia.
Non la do a vedere, cerco di mantenere sempre la calma, con chiunque, per una questione di dignità e di orgoglio, mentre sono in silenzio e magari sembro mezza addormentata in realtà dentro di me c’è il panico: immaginatevi una scena dove gli omini di Esplorando il corpo umano corrono impazziti senza meta sbraitando con la stessa faccia dell’urlo di Munch.
Ho reso l’idea?
Se eliminiamo la fobia degli insetti, che mi procura piccoli attacchi di cuore ogni volta che si avvicinano, insieme alla paura che agli altri succeda qualcosa e il conseguente pensiero di qualsiasi tipo di catastrofe possibile (incidenti aerei, in moto, in macchina, in bici, col triciclo, malattie improvvise, cadute, scippi, rapimenti, rapine, maratone Uomini&Donne), uno dei problemi principali è che soffro di una claustrofobia lancinante, al solo pensiero, per esempio, di stare chiusa in una tenda a dormire mi manca l’aria.
C’è un bagno, nella cantina di casa mia, senza finestre: io non ci sono mai entrata; se penso che lo stare su un’isola, anche se grandissima, comporta non avere un contatto diretto con la “terra ferma” potrei impazzire; quando vado in metropolitana cerco di non pensare al fatto di essere sottoterra così come negli ascensori, esorcizzando ogni volta con “adesso si blocca e crepo dall’ansia” (esorcizzo pensando al peggio); l’albergo a Parigi era in un grattacielo, quindi senza finestre che si aprono: tutte le volte che improvvisamente me ne rendevo conto, dovevo uscire ad immagazzinare un po’ d’aria.
Per non parlare di quando, in aereo, mi sono resa conto che eravamo chiusi in un coso oblungo senza possibilità di uscire; se penso che da piccola sopportai 14 ore di aereo per andare in Cina mi sento mancare.
Tutto questo fischiettando, facendo finta di niente, come se tutto filasse liscio come l’olio.
Chi, io? Preoccupata per qualcosa? Ma quando mai, sono la persona più tranquilla del mondo.
Credo, comunque, che il trauma della claustrofobia risalga a quella volta che da piccola rimasi intrappolata nella casa degli specchi e non uscii finché mia madre non mi trovò, tra le urla e i singhiozzi.
La casa degli specchi è uno strumento di tortura, e potete dire quello che volete, ma questo non me lo leverà mai nessuno dalla testa.
Nemmeno il tagadà mi metteva così paura.
Son esperienze
Avete presente quei ventilatori da terra no?
Vi siete mai chiesti come sarebbe ficcarci dentro un dito mentre va al massimo della velocità?
Beh, le prime due volte non mi ha fatto niente*.
La terza mi ha fatto un taglio lungo quanto un pollice.
Fa male.
Non fatelo.
*non è che l’ho fatto volutamente eh.



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