Il panettone, comunque, fa schifo
Stavo pensando che alla fine il Natale è il male minore, se messo in confronto con la depressione che mi attanaglia a Capodanno il 25 dicembre è il giorno più bello in assoluto.
Non che abbia molto senso per me, né a livello religioso né a livello materiale, visto che non ho più otto anni e non mi regaleranno le bambole de La Bella e la Bestia, anche se su una Barbie Benetton ora come ora non ci sputerei sopra.
Non mi godo nemmeno il pranzo di Natale, visto che dopo qualche boccone finisco sempre in cucina a pulire (non che non mi diverta, intendiamoci).
Senza contare che i miei perdono pure elevate cifre giocando a carte, che la visione di certi parenti a tavola mi blocca la digestione e che ad un certo punto io e mio fratello vaghiamo come anime in pena per la casa in cerca di modi per passare il tempo.
Non è un giorno da ripetere volentieri, ma infatti non è quello che del Natale mi può piacere semmai i venti giorni prima: le luci per strada, gli acquisti per la tavola insieme a mia madre, le lucine dell’albero che illumina il salotto, gli addobbi in giro per casa, quelli che il nuovo cane, ancora troppo piccolo per non trovarli appetibili, mangerà, straccerà e metterà in bocca portandoli in giro come trofei.
Mi dispiace solo che non ci siano più certe pubblicità.
Recidiva
Non c’è niente da fare.
Ci sono quelle scene di film o telefilm che su di te avranno per sempre lo stesso effetto, metti che sia la decima volta che le rivedi, sai già come va a finire e sai già cosa diranno o faranno ma continuerai a stupirti, impaurirti, commuoverti o ridere.
Un po’ come quando ti capita di rivedere la scena dell’iceberg di Titanic (solo la scena, non ho più il fegato per guardare tutto il film), sai come va a finire ma è sempre un piccolo shock quando succede, speri sempre che la nave riesca a dribblare il ghiaccio. Insomma, cosa ci voleva?! E tu, Rose, su quel pezzo di legno potevate starci benissimo in due, senza che Jack crepasse congelato.
Comunque, non so quale sia la vostra, ma io non ho speranze: continuerò sempre a commuovermi guardando Chandler chiedere a Monica di sposarlo.
E sì, diciamocela tutta: continuerò anche a ridere guardando certe scene di Aldo Giovanni e Giacomo.
Il buco con la menta intorno
Ho riscoperto le Polo.
Non compravo le Polo da almeno 10 anni. Forse di più.
Le Polo sono come il Labello, è la confezione che mi frega, irresistibile, e sono come le TicTac all’arancia o le Galatine, ne mangi una e nel giro di un’ora hai finito il pacchetto.
Ma mi ero dimenticata del classico problema delle Polo: le apri e si spaccano automaticamente in mille pezzi.
Da denuncia
Mia madre non mi ha mai fatto mangiare schifezze da piccola.
Un tegolino era un evento, la cioccolata delle uova di Pasqua le nascondeva in alto in cucina dove né io né mio fratello osavamo addentrarci, la Nutella l’ho assaggiata solo da grande e se mangiavo delle patatine fritte fuori casa era come cercare di nascondere di aver fumato una sigaretta.
Le merende degli altri bambini erano sempre sostanziose, e per sostanziose intendo piene di calorie, quindi buone; la mia consisteva in un sandwich con prosciutto cotto.
Questo quando mi andava bene, perché mi sono appena ricordata dei panini con burro e pasta d’acciughe che mi fece quell’estate ai campi solari.
Se solo mi immagino l’espressione che mi dipinse il volto quando me ne accorsi…non so se ridere o piangere.
Il passato che ritorna
E’ incredibile, nonché scientificamente provato, come, dopo anni, la sigla del Tg5 della mattina possa svegliarmi in neanche cinque secondi, cosa che nemmeno una sveglia direttamente nell’orecchio può fare così velocemente.
Immediatamente, appena sento anche solo questo, scatto in piedi pronta a fare tutto in cinque minuti, che sennò perdo l’autobus, sennò non trovo parcheggio, sennò non ho tempo di copiare matematica prima che inizi l’ora, sennò arrivo in ritardo e il prof si incazza.
Per fortuna dopo poco mi rendo conto che non devo per forza andare in cucina, sbavare dal sonno sopra il caffè girando compulsivamente il cucchiaino, con mia madre che mi chiede che materie ho oggi o quando torno, e mi sento molto meglio.
Secondo me il liceo fa male.
Traumi infantili
Io vivo in uno stato perenne di ansia.
Per qualsiasi cosa, c’ho l’ansia.
Non la do a vedere, cerco di mantenere sempre la calma, con chiunque, per una questione di dignità e di orgoglio, mentre sono in silenzio e magari sembro mezza addormentata in realtà dentro di me c’è il panico: immaginatevi una scena dove gli omini di Esplorando il corpo umano corrono impazziti senza meta sbraitando con la stessa faccia dell’urlo di Munch.
Ho reso l’idea?
Se eliminiamo la fobia degli insetti, che mi procura piccoli attacchi di cuore ogni volta che si avvicinano, insieme alla paura che agli altri succeda qualcosa e il conseguente pensiero di qualsiasi tipo di catastrofe possibile (incidenti aerei, in moto, in macchina, in bici, col triciclo, malattie improvvise, cadute, scippi, rapimenti, rapine, maratone Uomini&Donne), uno dei problemi principali è che soffro di una claustrofobia lancinante, al solo pensiero, per esempio, di stare chiusa in una tenda a dormire mi manca l’aria.
C’è un bagno, nella cantina di casa mia, senza finestre: io non ci sono mai entrata; se penso che lo stare su un’isola, anche se grandissima, comporta non avere un contatto diretto con la “terra ferma” potrei impazzire; quando vado in metropolitana cerco di non pensare al fatto di essere sottoterra così come negli ascensori, esorcizzando ogni volta con “adesso si blocca e crepo dall’ansia” (esorcizzo pensando al peggio); l’albergo a Parigi era in un grattacielo, quindi senza finestre che si aprono: tutte le volte che improvvisamente me ne rendevo conto, dovevo uscire ad immagazzinare un po’ d’aria.
Per non parlare di quando, in aereo, mi sono resa conto che eravamo chiusi in un coso oblungo senza possibilità di uscire; se penso che da piccola sopportai 14 ore di aereo per andare in Cina mi sento mancare.
Tutto questo fischiettando, facendo finta di niente, come se tutto filasse liscio come l’olio.
Chi, io? Preoccupata per qualcosa? Ma quando mai, sono la persona più tranquilla del mondo.
Credo, comunque, che il trauma della claustrofobia risalga a quella volta che da piccola rimasi intrappolata nella casa degli specchi e non uscii finché mia madre non mi trovò, tra le urla e i singhiozzi.
La casa degli specchi è uno strumento di tortura, e potete dire quello che volete, ma questo non me lo leverà mai nessuno dalla testa.
Nemmeno il tagadà mi metteva così paura.
Però la canzoncina rimane
Con tutta la passione che posso avere per le pubblicità vintage, non sarà il caso di abbandonare definitivamente la pubblicità del 1802 della cedrata Tassoni che va ancora in onda?
Sono sopravvissuti in due: la cedrata Tassoni e il pennello cinghiale.
Considerando che un pennello non va mai fuori moda (…), c’è ancora qualcuno che beve la cedrata?
“Per voi e per gli amici, Tassoni“.
Ma io mi ci vedo proprio, ad invitare a casa qualcuno e dire “vuoi qualcosa? Non so, una cedrata Tassoni?”.
Silvio Berlusconi Communications
Sulla scia devastante delle sigle anni 80 (sapevo che non dovevo addentrarmi più di tanto) mi sono piombati addosso due macigni:
- il ricordo dell’imbarazzante cotta che avevo per lui
- essere completamente all’oscuro di questo.
La vendetta
Nessuno si è mai soffermato a pensare su quanto educazione fisica e religione siano materie completamente inutili e bistrattate?
Voglio dire, se sei un professore di queste due materie (l’apoteosi della sfiga è essere professore di entrambe, ma non vedo il nesso)(a meno che Gesù non fosse un asso nel salto con l’asta) sei costretto per definizione a non avere l’attenzione di nessun alunno sulla faccia della terra.
Forse parlo per esperienza personale ed esagero, ma nel mio caso il professore di religione, ad esempio, era un povero omino con gli occhiali e la valigetta, timido ed educato, che non si è mai lamentato del fatto che l’ultimo anno di liceo si fosse ridotto a far lezione a tre persone, che in più non lo ascoltavano.
L’aggravante, infatti, è che l’ora di religione può essere saltata, puoi farti esonerare ed avere addirittura la ricreazione allungata o l’ora d’aria una volta raggiunta la maggiore età.
Appena mi diedero la lieta notizia decisi subito di non farla; mia madre mi chiese, interessata, se ci fossero sotto chissà quale motivi etico-religiosi, ma la mia risposta fu “cazzo me ne frega di religione?”.
Amen.
E così all’inizio fummo in tre, ma radunammo presto discepoli, soprattutto l’anno in cui religione veniva prima delle ultime due ore di matematica, che significano solo due cose: o ti interroga o c’è un compito, e in entrambi i casi un’ora di tempo in più per abituarsi all’idea di andare incontro alla morte serve sempre.
Nonostante questo, nonostante fossimo gli eretici che hanno deciso di andare all’inferno, lui non ci ha mai snobbato, non ci ha mai tolto il sorriso e il saluto, ma a quell’età non apprezzi certe finezze e continui a pensare che sia soltanto un povero sfigato.
Ma forse un po’ ci sentivamo in colpa, visto che già cinque minuti prima che suonasse la campanella eravamo pronti a scattare e dileguarci in biblioteca per evitare di incontrare il suo sguardo e di dovere ammettere: sì, siamo delle bestie di Satana.
Il professore di educazione fisica, invece, apparteneva ad una categoria opposta, ma era comunque ignorato, lui e i suoi ordini, che col passare degli anni si sono sempre di più assottigliati fino a diventare solamente “fai pure, se ti rompi la gamba sono cazzi tuoi”.
Il mio, più che un professore, era un pastore: sapeva che quelle due ore alla fine del giovedì non servivano a niente, sapeva che era inutile farci fare la corsetta nel cortile o gli esercizi col bastone, sapeva che era tempo perso fare surreali lezioni sul giuoco della pallamano, per questo, quando arrivava il suo turno, ci apriva i cancelli ci mandava al pascolo come dei caproni, liberi di farsi del male, liberi di nascondersi in bagno a piangere, liberi di uscire e andare a farsi il panino con la mortadella, liberi di ascoltare musica o dormire sui banchi. Se invece ti beccava a studiare ti chiedeva perché.
E un branco di venti cerebrolesi è cresciuto con il mito del professore di educazione fisica un po’ tonto ma in fondo l’unica persona che ti capisce veramente, quello che non ci rompeva mai le palle e dava a tutti un 7, perché era buono dentro.
Non ti aspetti una pugnalata alle spalle da uno così, una persona che non ha mai preteso niente e che ti ha addirittura portato in braccio fino alla scuola quella volta che sei caduto da un marciapiedi alto due cm e ti sei quasi maciullato una caviglia (non io eh…non io).
Questo almeno fino alla maturità, quando tutti credevamo che una delle materie della terza prova fosse, per forza di cose, biologia, perché educazione fisica non conta niente, e poi non c’ha mai fatto una lezione che sia una, cosa vuoi che ci chieda, la strada dalla scuola allo stadio?
Brave teste di cactus, dal primo al ventesimo, che si sono ritrovati davanti la domanda “quanto è alta la rete della pallavolo, cosa cambia da quella maschile a quella femminile, quali sono le regole e le misure del campo, e già che ci sei, dimmi che mutande porto oggi”.
E lui, appoggiato al muro, che sghignazza guardando un branco di adolescenti avere crisi di panico, sudorazioni eccessive, mani nei capelli, sguardi vacui nel nulla, o, nel peggiore dei casi, verso Gesù crocefisso sopra la cattedra, che sghignazza pure lui e nel pieno delle allucinazioni da stress senti che dice “non hai voluto fare religione? Mo’ so cazzi tuoi“.
Anch’io gli voglio bene
E’ ufficiale: l’esaurimento nervoso è vicino, dopo essermi commossa* guardando questo.
*”commossa” è un modo carino per nascondere il fatto che ho pianto come una bambina.
ps. non è che la mattina mi alzo e decido di guardare sigle di cartoni animati, è che in tv c’è Scuola di Polizia e sono in vena di revival. E Scuola di Polizia non l’ho mai sopportato.
Il gelato perduto
Nonostante Eva Longoria, a me il Magnum non piace.
Sì, per carità, ti invoglia, vedi la pubblicità e ti fanno male le guance dall’acquolina in bocca, però quando arrivi a comprarlo che ti rimane? Un gelato qualunque. E non ti danno nemmeno la Longoria, a voler essere pignoli.
In più, quando lo addenti non fa quel classico rumore da pubblicità, spatatrak, e il consumatore ci rimane male.
Sarà che son rimasta traumatizzata da quella battuta nel film Santa Maradona* “io una volta mi sono masturbata con un Magnum Double“. Brrrr.
In realtà nessun gelato confezionato ultimamente mi invoglia: se si escludono i coni, che trovo ripugnanti, se si escludono i biscotti vari, se è possibile ancora più ripugnanti, se si escludono i vari magnum, alla fine che rimane?
Il ricoperto? Quello con la panna dentro la cioccolata fuori e basta, finisce lì?
In realtà un gelato che mi piaceva da impazzire un tempo c’era: il Moresco, il gelato della mia infanzia e che collego immediatamente a mio nonno. Ci sono affezionata.
Ora, l’affair Moresco è qualcosa che mi perseguita da anni, perché nessuno lo conosce e non si trova più.
Ho paura di essermelo inventato.
Qualcuno può testimoniare che effettivamente esiste e farmi uscire dal tunnel della pazzia?
*uno dei migliori film in assoluto, e non si discute.
Non è colpa mia
Io non sono una patita di giochi da computer. E le mie ultime esperienze in fatto di videogame risalgono al Super Nintendo, a Super Ghouls and Ghosts e a quando sceglievo sempre Yoshi per Mario Kart perché era così caruccio.
Capite bene che non solo sono rimasta parecchio indietro, ma di sicuro non ho più la mano, è il caso di dire, per questi passatempi gggiovani.
Oggi mi limito ad un banale solitario sull’iPod in metropolitana e a quei pochi e tristi giochi già presenti sul pc, primo fra tutti FreeCell, che usavo nel periodo della maturità per distrarmi, tanto da vedere le carte quando chiudevo gli occhi.
Col pc nuovo però sono spuntati anche nuovi entusiasmanti giochi, per esempio tale “Purple Place”.
Il suo target di riferimento è formato da bambini, cerebrolesi e scimmie, vista la grafica, i colori e i giochi stessi, che però al suo interno sono tre: due non li ho ben capiti (dimostrazione che non tutti i cerebrolesi possono farcela), il terzo è un classicone, il gioco della memoria con le carte da accoppiare.
Faccina azzurra con faccina azzurra, torta rosa con torta rosa, berretto verde con berretto verde, fatto sta che sono giorni che non faccio altro se non giocarci per riuscire a battere il punteggio migliore di ben, rullo di tamburi, 7000 punti.
Una sfida continua con me stessa.
Una tristezza disumana.
Così, per evitare di regredire e di vedere tortine, faccine, gelatini e berrettini quando chiudo gli occhi, mi sono buttata sul Campo Minato (o Prato Fiorito, come vi piace a voi, pacifisti o guerrafondai), dimenticandomi per un attimo che quel gioco è uno dei miei acerrimi nemici.
Sono anni, secoli, millenni che tento di finire una partita, UNA, una sola, ma non ci riesco. Forse perché mi rifiuto di ragionare sui numerini che mi dicono quanti fiori ci sono intorno e clicco a caso sperando di non trovare la malefica margherita. Forse perché è assurdo pensare che io da qualche numero sparso possa capire dove e come e perché ci sono dei fiori intorno.
Forse perché è un gioco stupido.
Non gioco più.
Basta.
Ecco.
Fine.
Uffa.
Eh, s’invecchia…
*non è che qualcuno può ingrandire questa foto come si deve? Voglio proprio vederla l’attuale faccia di Super Vicky.




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