Confessioni di Una Mente Dubbiosa

C’è grossa crisi

Dicembre 30, 2008 - In: Stavo meglio prima, Vita vissuta - Commenti(8)

Per la prima volta in vita mia domani sera, oltre alla mossa geniale di pagare per deprimermi e piangere in silenzio durante la notte in un letto non mio per la classica depressione da anno nuovo, avrò le mutande rosse.
Ancora non ho ben capito a cosa servano e per quale astruso motivo si dice portino fortuna se indossate a Capodanno, ma per una coincidenza di lavatrici domani sera avrò le mutande rosse.
Va bene, c’è disegnata una renna, mi sa che non è la stessa cosa.

Non che la cosa vi interessi, è giusto un pretesto per augurarvi buon quellochevipare.

Lavorare a maglia no?

Vorrei parlare di un grave problema dei nostri tempi, un virus che si sta diffondendo a macchia d’olio e che, se non si interviene prontamente, diventerà sempre più difficile da debellare: i genitori che sanno usare internet.
E non intendo i neogenitori, quelli che hanno figli che non sanno nemmeno tenere su la testa e sbavano, parlo dei genitori che lo sono da venticinque anni avendone paro paro il doppio, quelli che “quando ero giovane io…”, quelli che fanno partire le chiamate dal cellulare perché lo tengono in tasca senza bloccare la tastiera, visto che dopo la sessantesima volta che gli fai vedere come si fa ancora non l’hanno capito.
Tu, a 50 anni, con gli occhialini sul naso e il golf sulle spalle perché se stai fermo ti prende freddo, tu che ancora non riesci a scrivere un sms dopo tutte le mie spiegazioni, tu che mi chiedi se ho un blog (negare negare negare) o se sono su MySpace, tu che partecipi ai forum e quando ti dico qualcosa mi rispondi “sì, lo so, l’ho letto su internet”.
Tu che fino a qualche anno fa avevi come unico intrattenimento la Settimana Enigmistica e adesso ogni momento libero lo passi giocando a poker on line, tu, sordida faina, che digiti il mio nome per vedere cosa viene fuori o che controlli la mia pagina personale sul sito dell’università.
TU.
Devi smetterla di invadere i miei spazi virtuali.
Non solo devo sentirmi sotto osservazione ogni giorno per tutto l’anno su qualsiasi baggianata dica o faccia, non solo devo sopportare ogni tua più stupida domanda sul perché ho lasciato i pantaloni sulla sedia o perché ho usato il cucchiaio grande per il gelato, non solo devo costantemente sentirmi dire “hai mangiato? hai dormito? ti sei lavata i denti? che fai? che guardi? che leggi? studi?”.
Oltre a tutto questo devo avere anche la sensazione di sentirmi costantemente spiata, devo farmi venire un infarto ogni volta che al telefono mi dici “sai cosa ho scoperto su internet?” (negare negare negare), devo pensarci centodieci volte prima di rendermi un minimo più visibile e rintracciabile in rete perché so che prima o poi tu riuscirai a trovarmi.
Fino a nove anni fa, quando non sapevano nemmeno accendere un computer, internet era l’unico modo per sfuggirgli, un’isola felice dove nessuno ti controllava, nessuno ti spiava, nessuno sapeva cosa facevi, dove lo facevi, perché e quando.
Adesso devo periodicamente sentirmi dire “ma sei tu quella registrata su Facebook con lo stesso nome e cognome?”.
No, no, no, NO, per l’ennesima volta, NON SONO IO!

ps. credo di essere una delle poche persone sulla faccia della terra a non essere registrata su Facebook. Al prossimo che me lo chiede faccio sputare sangue.

Adesso è Natale

Dicembre 23, 2008 - In: Sono idiota, Vita vissuta - Commenti(16)

Ma parliamo di uno dei miei personalissimi aspetti positivi del Natale: fare il pacchetto regalo.
E’ vero che ne implica uno negativo, ossia aspettare che la commessa nel negozio ti faccia la confezione regalo in un tempo che oscilla tra i tre giorni e le due settimane, ma è anche vero che, morbosa e malata come sono, ho cominciato ad impacchettare roba che a malapena camminavo.
Da piccola facevo pacchettini a qualsiasi cosa avesse una forma pacchettabile -  pure la gomma pane -  e provavo un dolore fisico nel disfarli.
Ma la parte migliore di un pacchetto regalo è il fiocco, per poi attorcigliarlo con le forbici.
Essendo una persona fondamentalmente matura e seria, mia madre mi ha appena preso un rotolo di nastro per pacchi tutto per me, da attorcigliare quanto voglio.

Oh, *sniff*, che bello.

“You’re gonna love my nuts”

Chi riuscirà a star dietro alla sua parlatina da psicopatico si renderà conto che è simpatico come la canna di un fucile, ma chi non capirà assolutamente niente non sarà certo svantaggiato: sono le immagini che valgono più di mille parole.
Credo di aver finalmente superato il mio decennale amore per lo Chef Tony e i suoi coltelli.

ps. anche se non capisco il perché del microfono stile Ambra Angiolini.

Essere credibili oggi

Dicembre 21, 2008 - In: Ma vaffanculo, Vita vissuta - Commenti(19)

No, niente, non ci siamo.
Nonostante le nuove All Star e la mia faccia da sedicenne, continuano a chiamarmi “Signora” e i ragazzini che mi arrivano addosso (è stato già scientificamente provato che gli adolescenti non guardano dove mettono i piedi, vero?) mi dicono “mi scusi”.
Mi scusi un par di palle.
Devo correre ai rimedi: se trovo il mio vecchio Flik Flak comincerò ad indossarlo giorno e notte.

Una crociata

Dicembre 19, 2008 - In: Ma vaffanculo, Vita vissuta - Commenti(22)

Lo dico, lapidaria: chi dà da mangiare ai piccioni è un coglione.
E non guardo in faccia a nessuno con questo, visto che l’affermazione include anche persone vicine a me (ciao mamma).
Ripeto: coglioni.
Non è il principio che è sbagliato, bisogna solo avere un minimo di intelligenza per capire quand’è il momento giusto, perché se sei così malato da voler farti circondare da portatori sani di malattie infettive questo è un barilotto di cazzi tuoi e nessuno ti toglie il piacere nel farlo.
E’ che se una cinquantina di persone sta aspettando l’autobus, in piedi da 40 minuti perché in questi giorni il servizio ATM a Milano è in mano a dei pinguini imbalsamati, e tu ti stai mangiando un panino, mangiatelo e basta, non togliere le molliche per buttarle agli volatili, perché finché arriva quello caruccio e minuscolo va bene, ma i piccioni sono delle bestie infime, anche a distanza di km sanno che tu stai lanciando bricioli e si fionderanno sulla preda incuranti degli ostacoli.
E io ve lo dico, mi è successo già una volta di essere preda di escrementi di piccioni - il mio vecchio zaino della Nike ne sa qualcosa - e quando tutti intorno a me, sconosciuti e non, mi dissero “ma dai, sorridi, porta fortuna!” risposi urlando augurandogli di essere ricoperti di merda, che tanto porta fortuna.
Ricordatevelo: chi dà da mangiare ai piccioni in luoghi affollati è loro complice.
Combattili.

La seconda vittima dopo Uno

Dicembre 18, 2008 - In: Vita vissuta - Commenti(7)

Le martellanti pubblicità che vanno in onda da qualche tempo a questa parte mi hanno amaramente ricordato che non so più come si gioca a Sapientino.

C’è di peggio. Ma anche no.

Dicembre 17, 2008 - In: Cinema, Ma che davero?, Ma vaffanculo - Commenti(8)

Questa è la storia di un film, Quale Amore, interpretato da Giorgio Pasotti - che i nostalgici di Distretto di Polizia come me ricordano con tristezza - e Vanessa Incontrada- che i nostalgici de….no, niente, quella di Zelig.
Quella con le tette e i capelli, per intendersi.
Si dice sia un rivisitazione contemporanea di un’opera di Tolstoj, Sonata a Kreutzer, storia di un amore che diventa ossessione e che finisce con, mi spiace togliervi tutta l’attesa, il marito che uccide la moglie accecato da un immaginario tradimento.
Innanzitutto, se avete presente Giorgio Pasotti, dimenticatevelo: qua interpreta uno svizzero, immedesimandosi un po’ troppo nei panni del classico stereotipo diventando una parodia, il banchiere con la riga di lato, il maglioncino sopra la camicia con la cravatta quando sta a casa, la dizione perfetta, che sputa cioccolata guardando un puntualissimo orologio sopra una mucca sputasoldi. Ah, la Svizzera e le sue tradizioni.
All’Incontrada fanno fare la suonatrice di pianoforte, di classe ma un po’ puttana, che disattende tutte le premesse del personaggio maschile - “volevo una donna pura” - visto che dopo due ore dal primo incontro già ci stanno dando dentro con la comunicazione non verbale.
Queste due teste di manzo hanno dei dialoghi appassionanti che durano spesso il tempo di quattro, cinque parole, di più non si può, e tutto l’intero film si divide ipoteticamente in quattro momenti.
La prima parte riguarda il loro incontro.
- Ciao.
- Ciao.
- Sei quella di Zelig vero? Ti va di passeggiare un po’ con me? Nota come, essendo svizzero, uso “passeggiare” e non “andiamo a fare quattro passi”.
- Già mi annoi. Ma va bene.
- Sai, io sono svizzero.
- Sì me l’hai detto. Non ho mai conosciuto uno svizzero, vi immaginavo come banchieri su mucche sputasoldi ricoperti di cioccolato con orologi puntualissimi e la riga di lato.
- Eh beh. Modestamente. So il fatto mio. Andiamo in barca?
- Mi uccidi già adesso?
- No, altrimenti che senso avrebbe continuare? Andiamo là solo a trombare.
- Uhm. Ok.
(pausa)
- Ti amo.
- Uhm. Ok. Grazie.

E con questo abbiamo passato il travagliato momento dell’incontro, arrivando a quando questi due emarginati decidono, dopo una settimana, di sposarsi e si ritrovano nella quotidianità mai vissuta.
- Sai, pensavo fossi diversa e invece hai solo delle belle tette.
- Sì, lo so, mi hanno detto di mostrarle il più possibile. Ma aspetta! Io sono anche un’artista!
- Sì certo. Girati.
(pausa)
- Oh toh, un figlio.
- Chiamiamolo Dow Jones! No, aspetta, meglio: Rolex.
- Quanto ti odio.
- Facciamo così: per non pensare alla grandissima minchiata che abbiamo fatto sposandoci perché non sforniamo altri due figli? Lugano e Milka.
- Uccidimi ora, ti prego, già non ne posso più.

E passiamo quindi alla faticosa vita coniugale con tre figli paradossalmente cresciuti mentre loro son più belli e più giovani di prima (magistralmente, il tempo che passa viene scandito dai computer di lui, sempre più moderni).
- Mi ami?
- Al massimo mi annoi. Guarda, è meglio Bisio di te, e ho detto tutto.
- Sei un’ingrata.
- Tu e la tua famiglia mi avete comprato una bella casa e dei bei vestiti ma non avete comprato me! E ora scusami ma devo rimanere in mutande e buttarti addosso questo vestito costosissimo, così che la prossima scena avvenga nel modo più naturale possibile!
- Ah sì? Mo’ ti stupro, così vedi.
(pausa)
- Devo farmi perdonare con tanti regali per questo. Facciamo che per il tuo compleanno chiamo i tuoi amici del quartetto più quel musicista che tanto ti piace e che ti ha provocato un orgasmo a distanza quella volta che siamo andati a teatro! Eh?
- Uhm. Ok.
- Senti, dopo questa io devo andare via per tre giorni. Tu mi raccomando non fare brutte cose col musicista ribelle.
- Uhm. Ok.

Ed è qui che, dopo aver scoperto che tutta la sua azienda lo stava prendendo per il culo, pensando di aver già un set di corna da far invidia ad un alce, il povero Pasotti torna a casa con un brutto presentimento.

- Ah! Ti ho sgamato, puttana!
- Gli svizzeri non dicono parolacce.
- Quando sono incazzati sì. Non mi sono nemmeno impomatato i capelli, pensa te. Prima Bisio e poi lui! Tiè, beccatti sto coltello che era appeso al muro dritto dritto in pancia.
- Coff coff…argh…coff coff…uh uh…coff. Sto morendo. Uhm. Ok.

Finisce così l’ora e trentatré minuti più inutili della mia vita.
Morale della favola? Se siete con la vostra metà e volete noleggiare un film, non fatevi ingannare dal titolo: dopo la visione vi lasciarete. O qualcuno dei due morirà. Sono propensa a credere quello che ha detto “ma sì, prendiamo questo”.
Ah, e anche: non fidatevi degli uomini con la riga di lato.

Il progresso uccide la poesia

Avete presente la pubblicità Enel sui gesti dimenticati?
E’ una delle poche pubblicità che rimango a guardare (tra queste, per qualche strano motivo ogni volta devo assolutamente sentire George Clooney che dice no, you must be mistaken), perché è vero, ci sono dei gesti che non si fanno più.
Mi fa quasi commuovere pensare al telefono bianco a cozza che avevo in camera da piccola, con la tastiera dei numeri a rotella che per fare un numero (senza prefisso) ci mettevo tre ore e mezzo; oppure cercare la stazione radio con la manopola ed una precisione millimetrica o mandare avanti e indietro il walkman o mettere il mignolo nei buchi della cassetta per sistemare il nastro.
Non che oggi girare la rotella dell’iPod sia un peso, anzi, ma sembrano passati millenni e io non sono nemmeno poi così in là con l’età (dipende dai punti di vista, una dodicenne tempo fa mi chiese l’età e rispose “ah ma allora sei vecchia”)(…)(sigh).
Mi sono messa a pensare a quanti altri gesti sono stati dimenticati nel giro di pochi anni - si accettano suggerimenti - e mi è venuta in mente solo una cosa: lavarsi le mani/farsi la doccia con la saponetta.
Non oso fare un’inchiesta, con la fortuna che ho verrebbe fuori che 9 su 10 usano ancora la saponetta e a quel punto siete proprio bashtardi, ma personalmente non la uso da millenni.
Forse perché da piccola le addentavo, sarà per questo che ho smesso (non che ora non mi facciano venir voglia di dare un bel morso eh).
E’ per questo motivo che sul lavandino adesso ho una saponetta Felce Azzurra e mi faccio la doccia con una della Dove.
La seconda, per la cronaca, è ergonomica.

L’importante è pianificare

Dicembre 11, 2008 - In: Vita vissuta - Commenti(7)

Altro effetto collaterale del Natale è che magicamente, dal nulla, per osmosi, spuntano per casa cibi che per tutto l’anno non si sono mai visti, strettamente vietati dal senso di colpa che ti attanaglia e da una madre che ti vede ancora cinquenne (perché se voglio, mamma, prendo la macchina, mi faccio una scorta e me la nascondo in camera)(o più semplicemente, quando sono a Milano faccio un po’ quel cazzo che mi pare)(e lo faccio)(mamma): cioccolatini, dolci, preparati per dolci e cioccolate calde, qualsiasi cosa che alla sola vista faccia mettere su dieci chili.
Io in questi giorni ho capito di che morte voglio morire: indigestione da Gianduiotti.
Amen.

E non sono molto fotogenica

Dicembre 10, 2008 - In: Sono idiota, Vita vissuta - Commenti(16)

Erroneamente si pensa che la frase le donne guidano male significhi automaticamente gli uomini guidano bene.
Non dico che la prima sia una constatazione sbagliata, anzi, spesso è così, ma vuol dire solamente che gli uomini sono il male minore, non il bene. Diciamo che le donne guidano peggio.
Molti uomini si credono i padroni assoluti della strada, meglio se con macchine enormi comprate per compensare altre mancanze, esistono solo loro e qualsiasi cosa tu faccia sei un imbecille che non sa guidare, ti suonano offendendoti, fanno mosse azzardate, inversioni al limite della morte e quando qualcuno protesta sillabano: ma che cazzo vuoi.
E voglio sfatare ufficialmente un falso mito: la storia delle donne che non sanno parcheggiare è una fesseria, perché ho visto fior fior di uomini impiegare 40 minuti per un parcheggio e lasciare la macchina in posizioni non concepibili dal peggiore degli imbranati.
La maggior parte delle donne, invece, tende a mantenere una velocità di crocera costante, possibilmente non elevata, mettono la freccia tre km prima di svoltare, per farlo ci mettono due ore e tre quarti e si distraggono facilmente. Tra le mie conoscenze femminili, nove su dieci mentre guidano parlano e invece di guardare la strada guardano me: non c’è bisogno, il suono si propaga lo stesso, anche se tieni gli occhi ben saldi davanti a te ed eviti di farci fare la fine degli Sbullonati contro un albero, tanto io non ti ascolto comunque.
Secondo il mio modesto parere esistono semplicemente due tipi di guida, non necessariamente uno peggior dell’altro: il tipo maschile e il tipo femminile, con le dovute eccezioni e contaminazioni.
Io sono una contaminazione, propendo molto verso la guida maschile perché ho avuto come modello un padre che credo sia capostipite in tal senso.
Questo vuol dire che raggiungo velocità abbastanza elevate (senza mia madre presente, che altrimenti le prende un infarto)(che già vedo tende a reggersi allo sportello ogni tanto), non faccio sorpassare manco morta e se qualcuno lo fa entra automaticamente nel libro nero e ingaggerò una gara con il disgraziato finché uno dei due non si allontana per cause di forza maggiore.
Dimenticavo: penso anche che la maggior parte dei guidatori sia composta da imbecilli che non sanno guidare, suono offendendo e faccio inversioni che se un giorno mi beccano mi fanno un culo grosso quanto la provincia di Milano (anni fa, ai tempi del liceo, una mia inversione provocò anche un incidente)(io ne sono uscita senza sborsare un soldo eh, ma tant’è).
Alla luce dei fatti, vi comunico con gioia che ieri, percorrendo una strada completamente deserta, mentre controllavo il rossetto nello specchietto - parte femminile - e andavo ad una velocità inaudita - parte maschile -, quei bastardi appostati dietro l’angolo per non farsi vedere - parte teste di cazzo - mi hanno fatto una bella foto.

Tutti gli anni

Dicembre 8, 2008 - In: Amarcord, Vita vissuta - Commenti(9)

Il rituale dell’addobbo dell’albero di Natale comprende:
- rispolverare (letteralmente e non) palline e decorazioni risalenti a quella volta che la maestra in terza elementare ti ha doppiato la cassetta dei Queen. Non sai se buttarli via o meno, sono di una tristezza senza paragoni e stonano con quelli nuovi, ma son pur sempre ricordi. Questo discorso ti viene in mente grazie all’atteggiamento passivo aggressivo di tua madre che, dopo aver proposto il lancio nella spazzatura, ti racconta il perché li ha comprati, dove li ha comprati, quanti anni avevi, che l’ha fatto per te e sopratutto che il tuo è stato un parto doloroso.
- il secondo punto riguarda proprio dove posizionare questi ruderi. Se l’albero di Natale si trova in un angolo, quindi con un lato completamente nascosto come il mio, viene spontaneo appendere qualsiasi cosa nelle parti visibili e far morire di solitudine i rami di dietro. Spesso però ci si dimentica che questi rami possono essere strategicamente riempiti con quelle decorazioni che non vorresti far vedere nemmeno per sbaglio, quindi ecco che davanti hai un albero bellissimo, dietro hai un profugo fine anni ottanta/inizio novanta, con attaccate cose tipo un mini sassofono dorato con un fiocco di velluto rosso intorno. Brrrr.
- mettere in conto di trovare almeno un addobbo rotto. Mettere in conto di urlare “noooooooo” e rimanere in contemplazione del relitto per qualche secondo. Buttarlo e subito dimenticarne l’esistenza. Le palle di Natale hanno un’eleborazione del lutto molto veloce.
- avere a che fare con degli addobbi orribili che non hai scelto tu ma che la persona in questione, se non li vede, chiederà: che fine ha fatto la mia palla di tre chili con diamentro di 30 cm, ricoperta di cartapesta blu e rossa? Essere abili nel trovare un punto visibile ma ancora sufficientemente nascosto ad una prima occhiata, in modo da non far chiedere a chi vede “ma chi è il coglione che compra una palla di tre chili con un diametro di 30 cm, ricoperta di cartapesta blu e rossa?”
- ricordarsi che i primi minuti si è presi dall’euforia della decorazione ma già all’ottavo e tre quarti ti sei rotto completamente le palle. Però le tradizioni son tradizioni e tua madre ha sempre pronto l’affair “parto doloroso” quindi eviti di ritirarti e continui ad appendere aggeggi ma nel modo più svogliato possibile, che manca poco le lanci e se si aggrappano bene sennò amen.
- attaccare le tre file di lucine e ricordarsi che una di queste fa un adorabile rumore 24h su 24: bbbbbbbzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz. Ma non avevamo comprato una quarta fila da sostituire? No, non c’è. Ma ecco la magia del Natale: trovare la fantomatica quarta fila, deliziosamente silenziosa, dopo aver appeso tutti gli addobbi possibili ed immaginabili, compresa la fila di lucine lunga 150 metri che fa bbbzzzz. Porc************.

Mai più senza

Dicembre 3, 2008 - In: Sono idiota, Vita vissuta - Commenti(10)

Più si avvicina il Natale e più le strade di Milano sono pericolose.
Più si avvicina il Natale e più uscire in una città come Milano significa:
1- stress fisico: in 100m di marciapiede c’è più gente che dentro il Maracana, e non illuderti, ci sono a qualsiasi ora del giorno e della notte, si danno il cambio. La particolarità di questa gente, è la convinzione di essere, per qualche strano motivo, completamente soli nell’universo, quindi permesso, scusi, mi fa passare, cazzo di colpa ne ho io se si piazza in mezzo al negozio in contemplazione del nulla e via dicendo.
2 - stress emotivo: tutti i negozi della città, sopratutto quelli che a te piacciono, si metteranno d’accordo per complottare contro di te e mettere in vetrina tutte le cose che cercavi da mesi, che bramavi, che sognavi la notte, ma che non trovavi neanche a promettere un rene. E ovviamente c’è una sola cosa da fare: non prenderle. Perché sei uscita per dare un’occhiata, sei uscita al massimo per comprare regali e non per te. Se sei audace entri e guardi, tocchi, hai l’impulso di correre alla cassa fino all’ultimo momento, poi ci rinunci ed esci; quando arrivi a casa poi, arriva il crollo: quello che credevi costoso in negozio appena varchi la soglia di casa ti sembra una sciocchezza, una cosa da niente, potevi pure prenderlo, che problema c’è?
3 - stress economico: consapevole di questo meccanismo perverso, non mi sono lasciata sfuggire una delle cose più inutili sulla faccia della terra ma ai miei occhi terribilmente irresistibile. Perché, diciamocelo, quando esci di casa, e fa freddo, e le mani ti si congelano, vuoi mettere la differenza tra un paio di guanti normali e un paio di guanti viola con Eeyore sopra? Cioè.
4 - stress mentale: torni a casa e ti rendi conto che la tua parte “infantile” è ancora ben sviluppata.

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