Il prossimo anno Luca Sardella e Janira Majello
Era destino che io non riuscissi a fare un post su Sanremo. A dire la verità io manco lo sapevo che sarebbe iniziato questa settimana. Mi sono ritrovata un Pippo Baudo e un Chiambretti così, per caso, cambiando canale. Qua nessuno avvisa eh?
A quel punto non sapevo se fare finta di niente, glissare in modo elegante e, che so, fare un poema sul fatto che la Jolie è di nuovo pregna, o su Jennifer Lopez che è finalmente scoppiata, ma alla fine il blog e la natura (anche il polmone che mi è partito in questi giorni tossendo)(se lo vedete ditegli che lo sto cercando e che mi serve) hanno deciso per me.
Il fatto è che non saprei cosa dire, visto che ho guardato veramente pochi minuti, anche se mi dicono che il Dopo Festival con Elio e le Storie Tese merita molto più del festival di per sé; ho visto i primi minuti, proprio perché non me l’aspettavo, e direi che mi sono avanzati.
Non so se avete assistito, ma c’è stata una penosa introduzione di quella mezza sega di Chiambretti (che a me non piace, non so se si era capito) con una scenetta ancora più pietosa che aveva come bersaglio quel povero disgraziato di Del Noce, che secondo me ancora non ha capito chi è, cosa fa e perché ci sta. Per non parlare delle scarpe che il nano aveva su: bianche, rosse e verdi. Ci mancava solo qualche maccherone attaccato sopra ed eravamo tutti contenti. Pure la Barilla.
E il momento dell’entrata di Baudo, con i suoi venti e passa cloni che giravano per il palco. Oh, divertentissimo. C’ho quasi creduto. Ma davvero eh.
La cosa che mi sta più a cuore dire è che quelle due vallette ci stanno bene come la maionese sul tiramisù: la bionda, ma chi cazzo è, la mora, ma chi cazzo è pure lei, non contente, bisogna pure farle cantare e ballare? Qui mi verrebbe da dire, perché non metterci due sconosciute, ma in fondo quelle due chi le conosce? Perché non metterci due panda, ecco, questo sì.
L’unica canzone che ho ascoltato per intero è stata quella di Frankie Hi NRG, quello contro il sistema, quello per la rivoluzione, quello contro le istituzioni, che poi si sposa e va a Sanremo. Se vogliamo dirla tutta, partendo dal presupposto che l’età media dello spettatore sanremese è 65 anni, ci stava proprio bene.
Per curiosità ho ascoltato anche l’inizio della canzone di Meneguzzi: il sublime Pablo non si è smentito, e l’accordo Meneguzzi Made in Sanremo© è arrivato anche quest’anno, farcito da un testo che definire banale e diabetico è fargli un complimento (tu che sei grande grande, un piccolo universo in cui non mi sento perso, grande grande grande grande, e mi risveglio nel mio letto, che pure immenso mi sembra troppo stretto), parole completamente a caso sulla stessa melodia di sempre. Se avesse cantato l’orario dei treni in partenza da Milano Rogoredo sarebbe stato più melodico ed armonioso, dico sul serio.
Ma quello che mi preme davvero davvero, è capire come mai Sanremo vada ancora in onda.
Una parte di me continua a ripetersi che in fondo è un’istituzione, è come se di punto in bianco mettessimo la senape sulla pasta o Pupo crescesse di venti centimetri. Un’altra parte di me si è rotta le palle, che si fa presto a dire “non guardarlo”, ma appena giri canale, qualsiasi ora del giorno e della notte, almeno un servizio su Sanremo te lo ritrovi tra le palle (e mettete in conto che in questa settimana la mia alternativa al letto era una bara, quindi ho dovuto subire in silenzio).
Il punto è che probabilmente va un po’ svecchiato. Voglio dire, Pippo Baudo? Ancora? Ma con tutto il rispetto, mandare in pensione quella cariatide no? Va bene, probabilmente non ci sono molte alternative e Fiorello difficilmente si abbasserà a tanto (a quel punto Mediaset potrebbe anche sospendere le trasmissioni per una settimana, sarebbe inutile controbattere), e sempre meglio lui di Carlo Conti ma perché poi stupirsi se gli ascolti vanno male?
Ogni anno la buttano sul “diamo spazio alla musica”. Diamoglielo, evitiamo una pausa di venti minuti ogni canzone, evitiamo le vallette cerebrolese che muovono le gambine e la boccuccia in playback, evitiamo le scenette divertenti che fanno ridere solo gli stupidi che pagano per sorbirsi cinquanta ore di niente dal vivo, evitiamo di invitare la Bertè, a questo punto, se dopo che ha cantato deve biascicare e dondolare sul palco per mezz’ora.
Evitiamo, se possibile, di mettere in gara anche Zarrillo, che mi sembra che venga tolto dal congelatore solo per Sanremo, cinque giorni di libertà e poi di nuovo dentro, che tanto non servi a niente, tu e la tua rosa blu.
Ma il vero nocciolo della questione è lei, Anna Tatangelo e il suo amico gay.
La canzone non l’ho ascoltata, perché, insomma, c’ho un pizzico di amor proprio che me lo impedisce, ma ho letto il testo: dimmi che male c’è, se ami un altro come te, se il cuore batte forte, dà la vita a quella morte che vive dentro di te.
C’è da aggiungere altro?
Poi, non so se avete saputo delle reazioni che si sono state e della “sindrome della frociarola“, come dice Luxuria: quelle donne che passano troppo tempo con il loro amico gay e si dimenticano del compagno.
Ora. Voglio dire. Se c’è da andare contro la Tatangelo io sono la prima, non dimentichiamoci dell’attacco supremo, hai 21 anni e ne dimostri 40, ma se la mettiamo su questo piano…se il mio compagno fosse Gigi D’Alessio, passerei più volentieri il tempo anche con il mio amico serial killer, se mi evitasse di averlo tra le palle tutto il giorno.
Ma vai a cagale!
A volte mi chiedo se il mio umorismo sia davvero così difficile da soddisfare o se sono gli altri, la maggior parte almeno, a ridere per qualsiasi baggianata. Tipo che se guardano il bagaglino se la fanno sotto dalle risate, rotolano per terra e piangono. Il bagaglino a me fa venire voglia di prendere la residenza in Senegal. Quello che ancora non capisco è come si faccia ad avere la faccia (scusate il gioco di parole) di culo per mandare certe mail. Io mi sentirei una deficiente.
L’ultima recita:
Vecchio plovelbio cinese:
Se vuoi lidele,
lidi con denti,
se non hai i denti,
lidi con le mani,
se non hai le mani,
lidi con occhi,
se non hai occhi, mani e denti….
cazzo lidi.
Invia questa mail a cinque pelsone che hanno bisogno di lidele.
Hi hi hi hi non tenele la mail…
non lompele la catena…hi hi hi hi.
Ma…ma che…no, dico…eh?
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Pù Purrì #13
- Vogliamo dire a quelle svampite del centro anti gravità dei capelli, in quella pubblicità, che se ne casca uno non è la fine del mondo? Vogliamo, per favore, smetterla di alimentare il falso mito delle donne con la mania dei capelli che cadono? Ci sono già gli uomini che hanno ste paranoie, come se li perdessero a mazzi, perché dobbiamo anche noi ridurci così? E poi “noi galline del centro anti gravità dei capelli che cadono sappiamo che è un problema“. E’ un problema se hai due capelli e te ne cade uno, a quel punto ti dò ragione, ma io ne ho trentamilioniemezzo, se me ne cade uno può significare solo più spazio per gli altri.
- Sto invecchiando. Per non sentirmi male dopo un bicchiere di Coca Cola devo annacquarlo un po’. A quel punto diventa imbevibile ma digeribile. Mi consola vedere che anche mia madre invecchia, visto che adesso sono io a rimproverarla perché lascia le luci e le tv accese in qualsiasi stanza metta piede. A questo punto però mi riporta nel baratro constatare che sto diventando una rompiballe. E’ un circolo vizioso.
- Sono basita. Lo sapevate che Santi Licheri ha 90 anni? Io gliene davo al massimo 75, toh. Non me l’aspettavo, è stato un fulmine a ciel sereno, la mia vita è cambiata, una nuova prospettiva. Certo, sono un po’ deficiente, potevo immaginarlo, visto che un tizio del Grande Fratello, anni fa, disse che la Divina Commedia è stata scritta da Santi Licheri.
- Donne: solo io trovo terribilmente affascinante Pierfrancesco Favino? Certo, non è il massimo per quanto riguarda nome e cognome, ma volendo ci si può passare sopra, volentieri.
- Ma io ti dico niente che metti il ketchup sulla carne? No, e allora che motivo hai di ridermi in faccia se mi riempio un bicchiere di Kellog’s Extra con cioccolato belga e nocciola e lo bevo “a secco”? Da che pulpito, dico io.
- Credo, anzi, sono fermamente convinta di aver visto una mia compagna di liceo. E non è la prima volta che credo di vederla. Poi quando mi avvicino per vedere se è davvero lei scompare nel nulla. Quindi le ipotesi sono due: o è veramente una coincidenza pazzesca che da Empoli siamo finite tutte e due a Milano, e sia benedetto il caso, o è il mio passato che mi perseguita e lei è un’ologramma. Io propendo per la seconda.
- La mia mania di attraversare nonostante una macchina si stia precipitando verso di me a mille km/h prima o poi mi procurerà seri problemi. Ma scusate, sbaglio? Voglio dire, ci sono le strisce, è mio diritto, DEVI fermarti. E poi non capisco perché ringraziare con la mano quando una macchina effettivamente si ferma: mica ti fa un favore, è scritto nel libro di scuola guida e insito in qualsiasi cervello pensante, ci sono le strisce e ti fermi, punto. Se siete di Milano e vedete una urlare contro una macchina, sono io. Piacere. Se verrò messa sotto, morirò per aver creduto fermamente nelle mie idee.
- Comunque, io la butto lì: al Grande Fratello c’è un gay. Non voglio fare nomi eh, solo link.
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Poi ho chiesto scusa, comunque
Voi uomini non potete capire.
La sindrome premestruale è qualcosa di devastante.
Io, che fondamentalmente non sono una rompicoglioni, non faccio storie, non sono esigente e non mi arrabbio quasi mai (neanche quando dovrei)(lo so, difficile crederci, ma triste verità), ci sono quei due giorni che se mi rispondi in un modo che a me non sta bene, o piango ininterrottamente, magari anche urlando un po’, o ti spacco in due con un solo sguardo e ti mando a fanculo in tre secondi e mezzo.
E il povero uomo, vittima di questi due giorni, non sa come prenderti, non sa se sopportare e stare zitto o darti una strigliata così ti riprendi. Ovviamente, bimbi belli, la soluzione giusta è la prima, la seconda può solo portare a qualcosa di disastroso, tipo che ti prendo a calci direttamente. Anzi, prendendo a calci qualsiasi cosa capiti a tiro (la mia vecchia scrivania lo sa bene. Riposi in pace).
Ma la cosa più imbarazzante, se vogliamo metterla così, sono le voglie: cibi che normalmente ignori, e che anzi, non ti piacciono neanche più di tanto, in momenti normali. Ma in quei due giorni hai la sensazione di morire se non li mangi.
Arriviamo al punto: il mio pranzo, ieri, è stato un po’ di patatine fritte, un bel po’ di olive e due salcicce crude spalmate bene bene sul pane. Sì, mi faccio schifo.
Non contenta, non basta sentirmi una fogna che ingurgita qualsiasi cosa, devo sentirmi anche dire “ma mangiare la salciccia è un messaggio subliminale che mi mandi?”.
“No. Prima di dire certe stronzate pensaci, cazzo“.
“….”.
Pasta, pizza, mafia e Grande Fratello
Spero con tutto il cuore che la “mini società” Grande Fratello Srl non rispecchi la realtà di tutti i giorni perché, dopo un’attenta analisi, coadiuvata dalla mia personalissima casalinga di Voghera, si può facilmente arrivare alla conclusione che, nel caso, siamo messi maluccio.
Nell’ordine:
Le donne non muovono un dito, non cucinano e non puliscono. Alcune dicono che puzzino anche, personalmente non le ho mai viste fare una doccia (neanche la casalinga di Voghera, fonte attendibile)
Gli uomini cucinano e si lamentano che la casa non è ordine. Fanno torte e danno consigli su come impastare.
E’ anche vero che gli uomini si attaccano a qualsiasi apparato riproduttore femminile passante sotto i bulbi oculari, basta che ci sia un buco e che non si sfoci nella necrofilia, per il resto, tutto a posto
Questo anche perché le donne si strusciano indistintamente a qualsiasi cosa: uomini, pali, sedie, poltrone, phon, spazzole, mestoli, cucchiaini.
Il valore del matrimonio (o anche solo di una promessa di matrimonio) non ha più senso, visto che quella che si deve sposare a giugno, e che ha scelto già gli addobbi, signoramia, si sospetta che una notte abbia fatto un lavoretto di precisione a qualcun altro, che non è ovviamente il suo futuro marito.
E’ anche vero che questa che si deve sposare a giugno è lei, che è brutta quanto la fame in Africa. Brutta quanto il colera, grezza e volgare, ma non si sa perché gli uomini le sbavano dietro pur ammettendo che è “un mostro”. Evidente segno del completo rincoglionimento del genere maschile.
Il brasiliano che aveva lasciato la moglie fuori, finché quest’ultima c’è rimasta, era tutto samba e carnevale, sorrisi a tutti e coriandoli incorporati che escono dalle orecchie. E’ entrata lei ed è diventato più triste di un bambino che riceve per natale un ombrello nero. Ho reso l’idea?
Quella che in teoria dovrebbe essere la più umile e la più comprensiva, l’ex uomo, l’ex trans, ora donna, in realtà è la più insofferente e spocchiosa, che siccome ha passato quello che ha passato deve per forza essere superiore a tutti e trattare il prossimo con sufficienza. Che c’ho colpa io se sono nata con un utero e ci sto bene?
Quello che ad una prima analisi poteva sembrare il più snob, egocentrico e schizzinoso essere umano sulla faccia della terra, in realtà è uno tra i più umili, che si adatta a tutte le situazioni e non si lamenta mai.
Quella che sembrava la più sensibile, la lacrima facile a comando, ha confessato candidamente che sotto le coperte col suo futuro marito sgancia bombe gassose per poi intrappolare il malcapitato tra le lenzuola. Ah, la classe.
La famiglia è un’istituzione disastrosa. Isolata, ghettizzata, bistrattata, ridicolizzata. I tre figli, tutti mammoni e piagnucoloni, incapaci di fare un passo senza l’approvazione della mamma, che ha l’intelligenza di una Vigorsol. Il marito completamente succube e sessualmente represso chissà da quanti anni.
Quello che secondo me vincerà (spero) è uno che dice “non ti toccherebbi neanche con un dito“.
Evviva.
Supermarket soundtrack
Mi dite con quale criterio si scelgono le canzoni che fanno da colonna sonora alla spesa?
Quelle in filodiffusione alla Coop o all’Esselunga.
Se andate nella seconda, poi, ogni tanto sentite anche la voce di Giovanni Rana. Non scherzo, c’è davvero, e vuole convincerti a comprare i suoi tortelloni alla zucca, che sono una grande novità. A me pare che siano sempre esistiti, ma prova a contraddire Giovanni Rana. Non si può. Anche perché sono convinta che in realtà sia Babbo Natale e che debba occupare le 364 giornate rimanenti in qualche modo: facendo tortellini, registrando messaggi per l’Esselunga e rompendo le balle a casa della gente che per qualche disgrazia si ritrova davanti un piatto di tortellini.
Ho sempre sperato che entrasse dalla mia porta per poi potergli dire “no, ma guarda…questi sono Fini, non sono i tuoi. Son buoni, assaggia”.
Se andate nella seconda ci sono anche le cassiere che commentano i tuoi acquisti.
“Belli sti pomodori…”
“Questo funziona per il parquet?”
“Che bel colore questo rossetto”
“Mi dai un biscotto?”
Va bene, l’ultima no, ma son sicura che prima o poi mi accadrà.
Comunque, dicevo, le canzoni.
Io sono ignorante e fino a qualche anno fa non sapevo che esistesse Radio Coop (esiste anche Radio Rinascente e Radio McDonald’s, perché l’esame di radio serve a qualcosa, che pensate): mi piace immaginare che l’omino che sta alla macelleria, quando se ne va nel retro per un po’, in realtà abbia una scrivania con delle cuffie e che sia lui a mettere la musica. O è lui, o è il pesciaio, non ci sono molte alternative, ché quelli del pane e degli affettati c’hanno troppo da fare.
Insomma, le canzoni che mandano sono sempre deprimenti. Quella che pare vada per la maggiore è questa, che credo di aver sentito almeno una bilionata di volte. Ti viene voglia di uscire e lasciare tutto lì, sempre se non ti addormenti prima nel carrello. Oppure anche quella di Elisa con Ligabue, quella ti invita proprio a comprare della candeggina per condire i bei pomodori, e mettere fine alla tua vita inutile, tra gli ostacoli del cuore.
L’altro giorno però ho sentito questa, che è sempre presente in ogni mia classifica.
Sono rimasta di sasso, davanti agli yogurt.
Credo che ci sia lo zampino di quello che mette a posto le bibite, a questo punto.
Evitiamo i mattoni però
Anche se è sabato, e domani è domenica, e non si va a scuola, e avete spento momentaneamente il cervello come fanno tutti, non è che vi spremereste giusto un attimo per consigliarmi un film da guardare? Vecchio, nuovo, semi nuovo, qualsiasi genere. Che valga la pena insomma. Che non voglio cliccare “download” per niente. E’ fatica sprecata.
Io comunque, continuo a consigliare questo a chiunque me lo chieda.
Altro che cocaina
Sapete cos’è questa?
Una confezione vuota di Tic Tac all’arancio.
Vuota.
Sapete in quanto tempo l’ho finita?
Credo, secondo più secondo meno, tre minuti.
Cinque a volta, forse di più.
Ditemi che non sono l’unica ad essere dipendente da qualcosa che non sia caffeina, nicotina o cocaina.
Scusami ma non ti chiamo film (speciale San Valentino)
Conosco una persona che non legge un libro dalla maturità.
Ora come ora non legge neanche Vanity Fair, lo sfoglia e guarda le figure.
E’ una persona molto intelligente.
Questa persona molto intelligente mi ha chiesto se gentilemente (ha mugolato) potessimo usare il mio pc (il mio preziosissimo pc) per guardare un film. Conoscendo i suoi gusti ho avuto un attimo di terrore, un brivido lungo la schiena; timorosa chiedo quale fosse, questo benedetto film.
Scusa ma…
No.
Perché?
Non lo guardo quel film.
Daaaai!
Mi rovina il pc.
Daaaaaaaaaaai!
Moccia in realtà è un trojan che distrugge ogni pc, è documentato.
Ufffaaaaaaaaaaaaaa!
No, ho detto di no.
La prospettiva che questo no si ritorcesse contro di me mi ha fatto pensare, in fondo ogni tanto quella persona mi fa comodo. Va bene, ma io farò commenti stupidi tutto il tempo e simulerò conati di vomito.
L’accordo era stato raggiunto.
E com’è che Moccia mi perseguita? Prima Tre metri sopra il cielo, compreso il libro, mo’ questa, che mi spunta dal nulla co’ sto cd in mano pregandomi di guardare il nuovo capolavoro espressionista. Più lo voglio lontano più me lo ritrovo tra le ovaie.
La prima cosa che ti viene in mente guardando questo film è come mai, perché, chi te lo ha fatto fare, Raoul Bova.
Che bisogno c’era di darti una zappata sulle palle in questo modo, di fare un film del genere. Quanto ti hanno dato? Tanto nè? Quanto, dai, dimmelo. Voglio saperlo. Io come minimo avrei chiesto una bilionata di euro. Che poi vai a Matrix a dire che la commedia ancora non l’avevi fatta.
Ma perché La finestra di fronte cos’era? Io ho riso molto. Va bene, forse erano risate nervose, per aver speso i soldi di un biglietto per un film che non va bene neanche per addormentarsi, più noioso e lento di Beautiful, con questi due cretini che si guardano dalla finestra. Bello. Appassionante, soprattutto.
Ma poi, “commedia”.
Non siamo in America, che c’è molta più gente che può darti l’opportunità di fare la commediola, qua in Italia commedia significa Boldi-De Sica, Pieraccioni o al massimo, te lo concedo, Carlo Verdone. Ecco, fai un film con Verdone, se proprio vuoi far ridere.
Se vogliamo dirla tutta, non è che Scusa ma ti chiamo amore sia una commedia.
A me non ha fatto ridere. Non ha fatto neanche piangere, non è così pessimo come, che so, Melissa P., ma a sto punto fai un remake di American Pie, non so, datti all’ippica. A me faresti ridere.
Il film inizia con il pio Bova che urla. Urla perché legge che è terapeutico. E’ terapeutico perché la sua fidanzata storica, Elena, l’ha lasciata con un bigliettino: “se fai il film di Moccia ti mollo”. Quindi si può dire che un po’ se la sia cercata.
Bova è Alex, un cre(tino)ativo pubblicitario un po’ in crisi, un po’ no, con degli amici puttanieri, che si farebbero pure la De Filippi; Bova ha una Mercedes ML, quindi è un creativo pubblicitario che guadagna pochissimo.
Ad un certo punto, una pischelletta in motorino si schianta contro la 500 di Bova.
Scommetto che in realtà lei muore, e tutto quello che succede se lo immagina Bova, perché è un creativo.
Shhhhhh!
La pischelletta purtroppo non muore, e con un’interpretazione degna di una ciabatta, si rialza e dice una roba tipo “ahò, ma che è, abbello, a’ cretino, a’ ‘nfame, a’ figlio de’ ‘na gatta in calore?!”. Va bene, forse non dice così, ma son sicuro che Moccia si sia ispirato al genere.
La buzzicona si chiama Niki. La buzzicona Niki si rialza e si fionda nella macchina di Bova. Mica è scema, una Mercedes ML guidata da uno che non si può dire proprio un cesso, sfido chiunque. Dovete capire che il personaggio di Raoul Bova è un coglione. Ma non un coglione così, per dire, è proprio un deficiente: un quasi quarantenne senza spina dorsale, imbambolato, che si fa infinocchiare dalla prima diciassettenne con gli occhioni che passa.
Bella figura ci fanno gli uomini, davvero.
Bella figura anche le ragazzine: Niki fa parte di un gruppo di quattro ragazze, Le Onde. “Le Onde” perché O, N, D ed E sono le iniziali dei loro nomi.
Buhauahuahuah Le Onde? Maddai, ma Moccia si fuma davvero qualcosa di pesante prima di scrivere i libri, poi che cazzo di nome è Olimpia?
Shhhhhh!
Olimpia è la zoccola del gruppo. “I ragazzi vanno presi e lasciati, sesso, solo sano sesso”. Sani principi, Olimpia, complimenti. Quando ti ritroverai incinta e con la sifilide mi chiami?
Le altre non sono degne di nota, ognuna ha un suo stereotipo: Niki è la svampita, la sopra citata è la puttanella, l’altra sta con un ragazzo rompiballe (il più normale del film, comunque, anche se si vede due volte…è lui il vero personaggio che desideri conoscere), l’altra è una vergine. Ha-ha, una diciassettenne di oggi vergine? E’ come se io fossi, boh, alta 1.80. Biologicamente impossibile.
I primi dialoghi del film sono molto intensi: “togli le scarpe dal cruscotto della macchina”. Questo è il succo della prima mezz’ora, ma se avessi una Mercedes ML e una stronzetta mi ci piantasse le scarpe, anch’io avrei qualcosa da ridire; certo, non così educatamente come Bova, probabilmente l’avrei gettata nel Tevere ricoperta di lucchetti. Di sicuro il mio metodo avrebbe evitato di doverlo ripetere almeno sessanta volte.
Ecco, la prima parte del film potrei intitolarla “togli le scarpe dal cruscotto, Niki”.
Cioè, ma che palle, quand’è che muore qualcuno? Non salta in aria niente in questo film? Chi è il terrorista, scusa, che non l’ho capito?
Shhhhhh!
Bova fa l’enorme errore di dare alla buzzicona il biglietto da visita. Questa lo chiama ogni tre ore, anche dalla sala professori, “ciao, ho preso sette“. Ma chi se ne stra fotte non ce lo vogliamo mettere? E poi, da quando ci si chiude nella sala professori a telefonare col cellulare? Se l’avessi fatto io, “ai miei tempi”, mi avrebbero preso a calci nel culo fino a casa.
Comunque, forse ci terrete a sapere che il professore protagonista (visto che in questi film c’è sempre un professore) è Riccardo Rossi, quello che non lo caga nessuno tranne quando va da Costanzo o dalla Ventura a Quelli che il calcio. Cioè, come ti riciclo il comico fallito.
E se tempo fa c’era questa scena (e guardate di chi è il film…), adesso c’è Rossi che interroga due sbarbatelli che fanno un paragone tra Totti e Leopardi. I tempi cambiano, che credete.
Veniamo al dunque: sì, Bova e Quattrociocche (si chiama così “l’attrice”…Quattrociocche. Un nome d’arte no?) trombano.
Una scena pietosa, non si vede niente, ti pare che Moccia scada nel volgare? Non sia mai. Tutto buio, la schiena di lei, la mano di lui, sussurri, volendo si capisce anche la posizione, ma non si sa mai, magari poi cambiano. E’ una scena che mi ha imbarazzato, nel senso che non ho mai visto Bova in una situazione del genere e non ci sta bene, soprattutto con una diciassettenne. Quanto sei bella, ti voglio.
Eeeeeh, ma lei si vede che ci sa fare eh, chissà quanti se ne è fatti…Oddio, pure ”quanto sei bella” c’hanno messo…bleeeahh.
Shhhhhh!
Niki, che comunque ormai è una donna di mondo, visto che l’ha fatto con un 37enne, sta fuori quanto cazzo le pare, avendo due genitori sprovvisti di spina dorsale e volontà di imporsi. E’ praticamente sempre a casa di lui, si spupazzano quanto vogliono e nessuno dice niente, sta fuori fino a tardi e la madre si limita a “torna presto”. Mia madre avrebbe già capito tutto e mi sarebbe venuta a prendere per un orecchio e mi avrebbe fatto camminare a forza di pedate.
Non contenta, lei lo aiuta pure nel suo lavoro, e mi domando: se sei un creativo pubblicitario con una certa esperienza alle spalle e ti serve una diciassettenne che ti tiri fuori dalla merda, ma dove l’hai trovati i soldi per la Mercedes? Vorrei saperlo, anch’io voglio fare il creativo pubblicitario, a sto punto.
Poi Moccio che fa: c’ha messo la trombata, c’ha messo le amiche di lei e gli amici di lui di contorno, c’ha messo qualche crisi familiare, c’ha messo che la ragazzina lo aiuta pure e diventa paladina di tutti i pubblicitari, c’ha messo la scena del bacio sulla spiaggia…ma dico io, cosa manca? Manca appunto la crisi tra loro due.
Troppa differenza d’età, non può funzionare, ma io mi sono messa in gioco, io ti amo, tu hai paura, e baggianate simili.
Ehhh troppa differenza d’età, però intanto per un po’ te la sei fatta…
Shhhhhh!
A quel punto torna Elena, la fidanzata che se n’era andata, e lui, essendo lo stereotipo dell’uomo imbecille, la riprende con sé, diventa di nuovo succube di questa donna che desideri non faccia parte dell’umanità dal primo istante in cui la vedi. La pischella intanto supera la maturità (evviva evviva, di questi tempi fanno passare cani e porci e ci sei riuscita anche te, brava brava!) e se ne va con le amiche nella classica vacanza post-liceo: in Grecia.
Ora, che succede. Succede che mentre è via le arriva una lettera. Questa lettera è del pupazzetto col pizzetto, ovviamente. Finisce che lei lo raggiunge ad un faro, visto che voleva andare a viverci per un po’. In un faro? Ma sai l’umidità? Ma c’hai presente dove sta un faro? Ma che davvero? Non sai come ti diventano i capelli poi?
Basta, happy ending, fine, si sposeranno e faranno tanti bambini, i bovini.
Ah ecco, ho capito, è ora che salta il faro per aria, si sbrindellano e pezzi di gambe e braccia volano, no?
Shhhhhhh!
Tutto è relativo
Ora, quei giochini che si vedono ogni tanto “come saranno i vip tra vent’anni” lasciano il tempo che trovano: è come sei io prendessi una mia foto, l’accartocciassi in un pugno e dicessi “toh, guarda come sarò tra vent’anni”.
Praticamente un metodo scientifico e infallibile, approvato dall’associazione AOGOI (non lo so, lo dicono sempre in quella pubblicità…).
Ma a parte questo, va bene accartocciare un po’ la Bellucci, volendo va bene anche la sciura Brambilla, facciamolo pure con la Prestigiacomo e con Carla Bruni, ma accartocciare Berlusconi non è una previsione fin troppo rosea?
Smetterà un giorno di non invecchiare.
Trenitalia vs Monica
Le biglietterie delle stazioni sono luoghi malefici abitati da altrettanti loschi figuri.
Non solo non si può mai sapere quale bigliettaio ti capita, ma non si può mai sapere neanche chi ti ritrovi davanti in fila, tipo il tizio che vuole duemila biglietti per duemila località, tutti con la prenotazione. E magari balbetta pure, così, per dirne una.
I bigliettai sono una specie animale a parte: c’è quello che non ti guarda nemmeno e neanche capisce quello che dici (”…Faenza? Ho detto FIRENZE”), c’è quello che ti guarda, ma è per farti capire che gli stai sulle palle, e tu lo guardi con uno sguardo che significa, più o meno, “anch’io contribuisco al tuo stipendio quindi sorridi e fai il gentile”.
C’è il ragazzo giovane che ti dà del tu e se si è svegliato con la modalità piacione accesa ti fa anche le battutine, ammicca ammicca, e sei costretta a reggere il gioco perché hai paura che possa estrarre da sotto il bancone un fucile e possa piantarti una pallottola in fronte (sì, sono molto fantasiosa); c’è la donna giovane che ti sputerebbe in un occhio e puntualmente ricontrolli il resto che ti dà perché non ti fideresti neanche fosse l’unica persona rimasta sulla faccia della terra e da lei dipendesse la tua vita.
E poi c’è lo sborone, quello che a Trenitalia ci lavora da una vita e lui lo sa. Cosa non si sa, ma lui lo sa. Gli chiedi se può controllare se c’è un posto isolato, che in un posto normale sto scomoda, e lui ti fa:
“non posso decidere il posto”
“come no, lo chiedo sempre il posto isolato se c’è”
“no, non posso, quello che mi viene viene”
“no senta, se ha qualche problema le dico anche i numeri dei posti: 92, 96, 11 e 15″
A quel punto, sconfitto, si aggrappa alla prima cosa che può dargli un minimo di dignità: gli allungo la carta dello sconto e non va bene.
“non va bene, non può presentarmi questa”
“come prima, sono quattro anni che lo faccio e nessuno mi ha detto mai niente”
“e invece no, deve andare qua, fare questo, compilare quest’altro, spedire staceppa”
“ma l’ho già fatto e, dopo trecento mesi, mi è arrivata questa carta, con tanto di rincaro ogni anno, se vogliamo mettere i puntini sulle i”
“senta non posso farle il biglietto con questa carta”
“può chiedere a qualcuno se è possibile che Trenitalia si sia sbagliata per quattro anni o se stia sbagliando lei?”
Sconfitto una seconda volta, con un biglietto in mano con un posto isolato che mi aspetta e uno sconto, anche se di poco (maledetti stronzi), mi saluta:
“arrivederci” (leggi: vai a farti fottere)
“a lei” (leggi: a farti fottere ci vai te)
Infine c’è la donna dai quaranta in su, che di solito è la categoria migliore, paziente, ti ascolta, asseconda ogni tuo desiderio e magari ci scappa anche un sorriso; ma c’è anche quella che in quei cinque minuti vuole farti da Cupido:
“ma come un posto isolato, una bella ragazza come te vuol stare da sola?”
“ho la valigia, le borse, sto più comoda e ho tutto sotto controllo”
“ma non si può mai sapere chi incontri, magari conosci l’uomo della tua vita”
“ne dubito”
La incenerisco con lo sguardo per dirle che non ho bisogno di una consulente matrimoniale dietro ad un vetro, si arrende e comincia a fare il suo lavoro, quello per cui è pagata.
Dopo qualche secondo, la macchinetta sputa il biglietto, lei lo guarda, si gira verso di te e con un sorriso a mille denti ti fa:
“oh, cavolo! Che stupida! Non ho messo il posto isolato”
Tu combatti tra la voglia di spaccare il vetro con un pugno, stringerle il collo con un mano, dirle che se hai chiesto il posto isolato significa che pretendi il posto isolato, e la diplomazia e la voglia di non andare in carcere.
“vabbè dai, non fa niente”
“poi se incontri qualcuno torna e fammelo sapere eh!”
Per incontrare qualcuno lei intendeva quel vecchio bavoso che manca poco si addormentava sulla mia spalla? Perché se è questo che intendeva, è proprio l’uomo della mia vita, grazie. Stro