Dattagli non trascurabili
Non capisco.
Non capisco perché nei film o telefilm tralascino dei particolari importanti.
Uno su tutti: fuori nevica, quindi fa freddo, quindi devi coprirti; due persone passeggiano con dei cappotti aperti e le sciarpe lasciate cadere sul collo che fa tanto figo, fregandosene degli ipotetici 0°.
Va bene che è finzione, ma è una finzione che cerca di riflettere la realtà, e allora perché non chiudere almeno i cappotti? Cosa costa annodare come si deve una sciarpa intorno al collo?
Sono sicura che ce ne sono altri, non mi sovvengono, ma mi danno ai nervi.
Giornate pesanti
Sei stanca.
Fa caldo.
Così caldo che i jeans sono appiccicati alla pelle.
La borsa pesa.
Gli occhiali da sole ti fanno ancora più caldo.
Sei stanca. Ti sei fatta Milano in lungo e in largo cercando una cosa che non c’è, ma domani arriva, guarda, massimo stasera, o domani mattina, no guarda, domani mattina. Mai arrivata.
Ci sono lavori in corso dovunque, gli autobus ti lasciano in mezzo alla strada, possibilmente km dalla stazione della metropolitana (dove, tra l’altro, il cellulare prende in quasi tutte le stazioni. Quando ho visto la chiamata di mia madre a quel tot di metri sotto terra, mi è preso lo sgomento. Non sono libera neanche qui?), ma di sicuro non è quella che ti serve e devi cambiare.
Vai in banca dove un tizio in giacca e cravatta, che ha di sicuro meno anni di te, ti rifila il nuovo bancomat col microchip, che per ora hai usato due volte e per due volte ti sei sentita dire “che cos’è?”. Un pass per un trapianto di cervello, te ne serve uno?
Vai a far spesa e non sai mai cosa prendere, perché ti basi sulla tua voglia di cucinare, che è ai minimi storici, quindi sono giorni che campi a piatti pronti scaldati nel microonde. Il tizio che sta alla cassa rapida ormai ti guarda con pietà.
Ti accorgi di pulire o sistemare qualcosa ogni volta che ti muovi per casa, e, come un sassolino diventa una valanga, ti ritrovi a mettere sotto sopra la casa per la quarta volta in una settimana.
Tutto questo in silenzio, senza lamentarti mai, senza neanche una smorfia di disappunto, anzi, sorridi, fai finta di niente. E’ la buona volta che, se mi ritrovo di nuovo accanto quella mandria di ragazzini che parlano a velocità sconosciute all’uomo, alternando ogni frase con “oh ripigliati, cioè, fatti una flébo”, finisce tutto nel sangue.
Certi omicidi andrebbero legalizzati sotto la voce “legittima difesa”.
Passatempi
Ci sono dei sapori e degli odori che ti ricordano l’infanzia, no?
Come ho già detto, il Crodino e la Fiesta mi ricordano i miei nonni, il profumo Poison di Dior mi ricorda mia madre, che lo metteva quando ero piccola, e poi c’è quella cosa che mi ricorda la scuola, ossia l’Estathè e le Fonzies.
Ma c’è qualcuno che, come me, una volta finito l’Estathè, cominciava a prendere a cannucciate la pellicola che ci stava sopra, a contare i buchi associandoli all’alfabeto e, se per caso usciva la G, vuol dire che qualcuno con la G ti stava pensando?
Son cose da bambini proprio.
Non si fanno più.
…
Mi è uscita la S.
Io non conosco nessuno con la S.
Uffa.
Amnesie ludiche
E’ inspiegabile come periodicamente riesca a dimenticarmi di come si gioca a Uno.
Mi ricordo che la prima volta che ci giocai fu sull’autobus durante la gita a Barcellona, ricordo che c’era un capannello degno di un tavolo di roulette a Las Vegas, urli, offese, saltelli, risse.
Il gioco più bello del mondo.
Questo per quanto mi ricordo.
Perché ora come ora buio totale, non ricordo nemmeno come son fatte le carte.
Dici tu, vai a cercarti su internet come si gioca; dico io: no, non riesco a leggere le istruzioni dei giochi, ci deve essere qualcuno che me lo spiega con paroline semplici ed esempi pratici.
Quindi, punto e a capo, non so come si gioca a Uno.
Ma probabilmente l’ho già detto in passato.
E’ inspiegabile come periodicamente riesca a dimenticarmi di aver già detto che mi dimentico come si gioca a Uno.
Imbevibile
Ma la RedBull funziona?
Sulla lattina c’è scritto che migliora le prestazioni, la capacità di reazione, la concentrazione, la soglia di attenzione, aumenta la sensazione di benessere e stimola il metabolismo.
Una panacea, a quanto pare.
Prima d’ora non l’avevo mai assaggiata, ma, mentre aspetto che mi crescano le ali, il responso sul gusto è: FA SCHIFO.
Sa di BigBabol alla fragola.
Bleah.
Manie
Al ristorante mi ritrovo sempre a torturare il tappino della bottiglia d’acqua.
Nei negozi devo toccare tutto quello che attira la mia attenzione, devo tastare la superficie.
Se mi ritrovo davanti una crema, che sia per il corpo, per le mani, per fare un dolce, qualsiasi cosa di soffice e pastoso, io devo metterci il dito dentro.
Ogni volta che esco di casa conto gli spiccioli che ho nel portafoglio. Magari ne tiro fuori nemmeno uno e non mi servono, ma devo sapere quanti spiccioli ho nel portafoglio.
Provo un’attrazione fatale per tutto ciò di un colore pastello a vostra scelta. Che sia sul verde, sul viola, sull’azzurro, sul rosa, è come una droga.
Devo addormentarmi sempre con il telecomando e l’iPod sul letto, a portata di mano. Anche se non ascolto musica e la televisione è spenta. Devono esserci, nel caso in cui.
Se devo fare un acquisto, o l’ho appena fatto, devo cercare immagini su internet. Senza motivo apparente, anche se conosco benissimo l’oggetto in questione, anche se ce l’ho davanti agli occhi, mi viene spontaneo.
Se guardo l’orologio, dopo un minuto lo riguardo. Per essere sicura che sia passato un minuto.
A volte mi incanto sui ticchettii: la freccia quando sono in macchina, la sveglia, qualcosa che sbatte per il vento. Tic, tac, tic, tac, tic, tac, tic, tac.
Quando becco due pubblicità uguali contemporaneamente su due canali diversi, faccio zapping per vedere chi finisce prima.
Ma non ho ancora capito perché non ho perso l’abitudine di inzuppare i polpastrelli nella cera calda quando spengo una candela.
Americani 1 Italiani -10
Kung Fu Panda (o come lo chiamava un bambino fuori dal cinema Kong Pu ‘Anda) è un cartone divertente, così come lo era Madagascar, L’Era glaciale e Alla ricerca di Nemo.
Il fatto è che, se per doppiare il panda si è dovuti ricorrere a quel fagiolo lesso di Fabio Volo, a sto punto perché non il brio e l’espressività di Marzullo? Voglio dire, siamo lì eh.
Niente a che vedere con Jack Black.
Ma d’altronde, se vai al cinema con qualcuno che a malapena capisce l’italiano, cosa puoi pretendere?
ps. per la cronaca, nella sala praticamente quasi tutti adulti.
Il cimitero delle mollette
Il numero di mollette (o chiappini, come si dice dalle mie parti) che ti cadranno dal balcone mentre stendi i vestiti ad asciugare sarà inversamente proporzionale al numero di vestiti da appendere.
E’ una regola inscindibile.
E io sono quella che fa cadere come minimo una molletta, SEMPRE.
(”molletta” comunque è orribile)
Il passato che ritorna
E’ incredibile, nonché scientificamente provato, come, dopo anni, la sigla del Tg5 della mattina possa svegliarmi in neanche cinque secondi, cosa che nemmeno una sveglia direttamente nell’orecchio può fare così velocemente.
Immediatamente, appena sento anche solo questo, scatto in piedi pronta a fare tutto in cinque minuti, che sennò perdo l’autobus, sennò non trovo parcheggio, sennò non ho tempo di copiare matematica prima che inizi l’ora, sennò arrivo in ritardo e il prof si incazza.
Per fortuna dopo poco mi rendo conto che non devo per forza andare in cucina, sbavare dal sonno sopra il caffè girando compulsivamente il cucchiaino, con mia madre che mi chiede che materie ho oggi o quando torno, e mi sento molto meglio.
Secondo me il liceo fa male.
What else?
La catena Starbucks mi ha sempre incuriosito.
E’ importante notare come si è diffusa in tutto il mondo tranne qua in Italia (che io sappia, ma se c’è fatemelo sapere), per il semplice motivo che qua sappiamo come fare il caffè e ci rifiuteremmo di bere una melma nera in un bicchierone grosso quanto un boccale da birra.
E se entri in una delle mille “succursali” (anche se dicono che adesso sia in crisi) le persone ammassate al bancone ti fanno tenerezza, perché probabilmente credono davvero di bere caffè, e anche se, presi da una smania di snobbismo, ordinano un Espresso, non sanno com’è il vero Espresso (tranne George Clooney, forse), perché all’estero se chiedi un Espresso chiedi una versione mini di un caffè Starbucks, che fa comunque schifo.
Rimane il fatto che se vai in America, uno Starbucks equivale ad una tappa di viaggio al pari della Statua della Libertà o della Casa Bianca; Starbuks equivale all’America, se vuoi conoscere l’America devi andare almeno una volta da Starkbucks e ordinare un caffè.
Magari fallo mentre ridi e fai capire che si tratta di un esperimento a cui ti sottoponi e che farà comunque schifo, non dargli la soddisfazione di vedere che sei italiano e ti abbassi al loro livello.
Che poi il problema non sarebbe nemmeno quello, più che altro decidersi su quale tipo di caffè prendere: perché potresti scegliere un Tall Black Coffee, Tall Latte, Frappuccino (ma anche lì dovresti decidere quale), Pumpkin Spice Latte, Eggnog Latte, Caffè Verona (se vabbè) oppure potete sbizzarrirvi:
- White chocolate caramel macchiato with two sugars, extra caramel and whipped cream
- Half decaf, half breve, half nonfat grande, three and a half pump white mocha, two and a half pump peppermint no foam, double cupped, no sleeve, venti straw
- Iced venti six shot 2/3 half-caf, two and a half sugar, free cinnamon dolce, two and a half pump sugar free vanilla, one pump sugar free gingerbread, splash of 1% milk, light ice, light whip, with cinnamon dolce and nutmeg sprinkles iced coffee
….!?
Una bottiglia d’acqua, grazie.
Pensa se guardavo i Puffi
I sogni sono una parte fondamentale della mia vita.
E non parlo di sogni nel cassetto, o sogno di diventare velina, sogno di diventare benzinaio, sogno di spezzare le braccine alla Pellegrini, qui si parla di sogni concreti (che è una contraddizione in termini, ma fate finta che abbiate capito il senso), quelli che si fanno di notte, quelli che alcuni ricordano mentre altri non ne hanno memoria.
Io ne ho memoria, pure troppa e gli do talmente importanza che riescono ad influenzare l’umore di tutto il resto della giornata: se sogno che una persona che conosco si comporta male con me, il giorno dopo la tratterò malissimo senza dargli spiegazioni, perché sì.
Non mi limito ad uno per notte, di solito sono complicati, assurdi, senza spiegazioni apparenti, del tipo che uno psicanalista ci andrebbe a nozze; altri sono premonitori, il che ha portato molta gente che conosco a dirmi, almeno una volta nella loro vita, “non sognarmi mai”*; altri sono così simbolici che ci arriverebbe anche uno stolto, tipo quelli dove esci in pigiama o, come mi succede spesso ultimamente, sognare di guidare e improvvisamente non vederci più niente o perdermi in strade che un attimo prima conoscevo.
Non faccio molti sogni erotici, su questo Freud non ci si divertirebbe più di tanto; sogno uomini che conosco, ma difficilmente succede qualcosa di fisico; in generale funziona che, ovviamente, vedi qualcosa, qualcuno, leggi un libro, senti una parola o una canzone che ti rimane in mente, parli con tizio o caio, e la notte rivivi il momento sotto forme alternative.
Il fatto è che ieri mi sono vista tutta la quarta stagione di House in neanche mezza giornata.
…
La conseguenza è che, dopo il sogno che ho fatto, Hugh Laurie mi costringerà per forza di cose a virare verso l’amore saffico, visto che nessun uomo potrà competere con lui.
*sogno anche risultati di partire che 90 su 100 sono azzeccati, ma sempre troppo tardi per usarli a scopo di lucro. Qualcuno si prende gioco di me.
Fuwa
Le olimpiadi mi affascinano.
E’ l’unico momento in cui posso incazzarmi come una iena per un sette all’ultima freccia nella gara di tiro con l’arco, commuovermi per una medaglia d’oro di un italiano (tranne per la Pellegrini, simpatica come un’embolia) o insultare qualsiasi etnia ci preceda sul podio, con la classica frase “xxx di merda”, dove “xxx” sta per francesi, americani, tedeschi, giapponesi, ma in questo caso soprattutto cinesi.
Si diventa un po’ razzisti durante l’olimpiadi.
Sopratutto se si tratta di un’olimpiade truccata come questa (oh, l’ho detto).
Mi sono persa la cerimonia d’inizio, ostaggio di una persona che mi ha ingannato con la promessa di un pranzo quando in realtà sono tornata a casa alle sette di sera, ma mi sono rifatta guardando i balletti psichedelici delle mascotte.
Cinque cosi che sembrano usciti da una saga di Hello Kitty, o meglio ancora, da una serie di Power Rangers di pezza, che si muovevano in un modo isterico, mettendo su scenette da Bim Bum Bam cinese, uno dei quali (quello giallo) in preda a quello che posso solo definire uno stato di crisi mistica misto ad epilessia e bisogno impellente di correre in bagno.
D’altronde, le antilopi tibetane sono fatte un po’ così.
…
ps. le gare di badminton (fatica chiamarlo volano?), tra l’altro, sono state un ottimo antidoto contro l’insonnia.
Traumi infantili
Io vivo in uno stato perenne di ansia.
Per qualsiasi cosa, c’ho l’ansia.
Non la do a vedere, cerco di mantenere sempre la calma, con chiunque, per una questione di dignità e di orgoglio, mentre sono in silenzio e magari sembro mezza addormentata in realtà dentro di me c’è il panico: immaginatevi una scena dove gli omini di Esplorando il corpo umano corrono impazziti senza meta sbraitando con la stessa faccia dell’urlo di Munch.
Ho reso l’idea?
Se eliminiamo la fobia degli insetti, che mi procura piccoli attacchi di cuore ogni volta che si avvicinano, insieme alla paura che agli altri succeda qualcosa e il conseguente pensiero di qualsiasi tipo di catastrofe possibile (incidenti aerei, in moto, in macchina, in bici, col triciclo, malattie improvvise, cadute, scippi, rapimenti, rapine, maratone Uomini&Donne), uno dei problemi principali è che soffro di una claustrofobia lancinante, al solo pensiero, per esempio, di stare chiusa in una tenda a dormire mi manca l’aria.
C’è un bagno, nella cantina di casa mia, senza finestre: io non ci sono mai entrata; se penso che lo stare su un’isola, anche se grandissima, comporta non avere un contatto diretto con la “terra ferma” potrei impazzire; quando vado in metropolitana cerco di non pensare al fatto di essere sottoterra così come negli ascensori, esorcizzando ogni volta con “adesso si blocca e crepo dall’ansia” (esorcizzo pensando al peggio); l’albergo a Parigi era in un grattacielo, quindi senza finestre che si aprono: tutte le volte che improvvisamente me ne rendevo conto, dovevo uscire ad immagazzinare un po’ d’aria.
Per non parlare di quando, in aereo, mi sono resa conto che eravamo chiusi in un coso oblungo senza possibilità di uscire; se penso che da piccola sopportai 14 ore di aereo per andare in Cina mi sento mancare.
Tutto questo fischiettando, facendo finta di niente, come se tutto filasse liscio come l’olio.
Chi, io? Preoccupata per qualcosa? Ma quando mai, sono la persona più tranquilla del mondo.
Credo, comunque, che il trauma della claustrofobia risalga a quella volta che da piccola rimasi intrappolata nella casa degli specchi e non uscii finché mia madre non mi trovò, tra le urla e i singhiozzi.
La casa degli specchi è uno strumento di tortura, e potete dire quello che volete, ma questo non me lo leverà mai nessuno dalla testa.
Nemmeno il tagadà mi metteva così paura.



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